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SCUOLA E PARIGI/ Annalisa, Vito, Marianna, Roberta: non ci serve un'analisi, ma la nostra vita

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A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)  A Parigi, sui luoghi del massacro (Infophoto)

Apro Facebook e non ne trovo più. Neanche in televisione, neanche per strada. Cerco disperatamente tutte quelle argute considerazioni sul motociclismo che fino a dieci giorni fa mi intasavano la bacheca, ma tutti gli ingegneri e i meccanici si sono d'un tratto dileguati. Al loro posto sociologi esperti di geopolitica mediorientale; lacrimevoli, tricolori sociologi. Le opinioni impazzano dappertutto: in rete, allo stadio, ai concerti, nei ristoranti. E fanno paura quasi quanto l'Isis, perché sono ancora più vicine, più numerose. Durano poco, e si intervallano ad altre discussioni: già venerdì sera si parlava un po' degli attentati e un po' di quanto aveva fatto l'Italia col Belgio. E anche gli scenari di guerra, da qui, protetti dietro ai nostri schermi, sembrano quasi il Risiko. Com'è raro piangere, com'è raro pregare! Sì, dire che si piange e che si prega è più facile che piangere e pregare. «Piangere e pregare non basta», sentenziava Severgnini sul Corriere di domenica: i ragazzi «vadano ad ascoltare musica e a ballare». Come se ballare ci salverà, come se tornare nei ristoranti ci salverà. Quando invece quei fiori della nostra civiltà libera, staccati dalla radice, sono petali all'aria, in balia dei falciatori. 

Se ne parla in classe, si fa anche il minuto di silenzio, lunedì mattina. E un attimo dopo si torna a giocare ai piccoli terroristi: minacciando quelli che pensano di entrare a scuola il giorno dopo. Martedì non si entra: il 17 novembre pare sia la giornata del diritto allo studio. E giustamente non si entra. Perché il giorno del diritto alla torta un bel digiuno ci sta tutto. Non bisogna entrare. Certo, sono minacce fatte di parole: menomale che, oltre alle parole, non ci sono Kalashnikov a disposizione. Come se le parole non fossero armi: come se i «no religion» e «no countries» di Imagine non fossero armi. Come se davvero tutta la logica fosse la solita, evergreen semplificazione del noi e loro: noi buoni e loro cattivi. Come se quelli che chiamiamo loro non fossero noi: europei, cresciuti nelle nostre scuole, nei nostri ristoranti, nei nostri concerti. Come fossero mele marce, come se lo stesso veleno non fosse sparso su tutte le mele, anche quelle così belle sul bancone. Come se l'odio degli altri non fosse parente del nostro odio, di quello che non vuole vedere crocifissioni né di Chagall a Firenze né nelle classi di Bologna: ci vantiamo di non essere più medievali, ma figli invece della rivoluzione francese (che tagliavano le teste anche loro, senza diffondere video). La ragazzina innocente non ti risponde all'interrogazione di storia sul cristianesimo perché si dichiara atea, e il ragazzo si crede trendy perché appena interrogato bestemmia il Principale, e si gloria di avercelo pure come stato su WhatsApp. 



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