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SCUOLA/ Latino e greco (e non solo), attenti alla pietà dei finti "democratici"

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Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)  Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)

La Frankfurter Allgemeine Zeitung, che da almeno vent'anni si prodiga per la difesa delle materie umanistiche contro i «sedicenti modernisti» che «credono di poter riformare la scuola con il fanatismo dell'efficienza» (Effizienzfanatismus), oggi è arrivata addirittura a organizzare, si pensi un po', dei concorsi annuali di dettato («Frankfurt schreibt!»). Studenti, insegnanti e genitori di una trentina di scuole tra Francoforte e Darmstadt che si riuniscono nell'aula magna del Goethe-Gymnasium per dimostrare di saper scrivere sotto dettatura parole come «zucchini e melanzane al gratin» (risposta corretta: «Zucchini-Auberginen-Gratin»). Nel 2013 per la categoria studenti vinse una diciottenne di Darmstadt che aveva commesso, ci assicurano, «soltanto 13 errori».

Ricamare su aneddoti come questo sarebbe facile, ma sterile. Anche perché il problema riguarda tutte le discipline scolastiche, che hanno conosciuto un impoverimento strutturale talmente progressivo da essere nitidamente riconoscibile. Tanto le materie scientifiche, quanto le materie umanistiche si prefiggevano un tempo di fornire agli studenti, insieme alle informazioni, le spiegazioni: insieme alle conoscenze, un modello teorico. Non solo la formula del teorema di Pitagora, ma la dimostrazione del teorema; non solo come si pongano gli accenti nel greco, ma a quali regole rispondano (e magari anche che cosa sia un accento!). Il passo successivo fu l'abolizione del modello teorico (troppo difficile! troppo astratto!) per rimanere solo ai «fatti». L'astrazione, che è il cuore di ogni processo cognitivo, è stata bandita. Fatalmente caddero poi sotto processo anche i «fatti»: le «informazioni», le «nozioni» troppo "aride" perché la scuola moderna potesse accettare di veicolarle. La strada verso la vacuità era intrapresa. Gli ultimi sviluppi lasciano intravvedere la tappa successiva: la vittoria sui «fatti» delle «emozioni».

L'editoria scolastica offre chiari riscontri. Nei manuali di oggi il modello teorico è pressoché scomparso, i «fatti» sono sempre meno, mentre dilagano, in tutte le materie, le immagini, gli schemi, i riassunti, i quiz, e tutta la segnaletica visiva di un apprendimento molecolare: corsivi, grassetti, riquadri, frecce, cornici, colori (evidentemente la pagina scritta incute terrore). Il loro compito è di surrogare l'essenzialissimo. Tutti gli studenti di ogni tempo si sono aiutati con schemi, riassunti e indicatori visivi: ma appunto lo facevano da sé, ed era un utile esercizio di sintesi, selezione, e ripensamento. Oggi deve essere il libro a farlo (poi ci sono i contenuti on line). Così anche lo stile dell'esposizione deve modernizzarsi: un tempo bisognava adeguarsi alle formule di uno spot, ora bisognerà adeguarsi allo spazio di un tweet

Così dopo i fatti senza modello teorico, abbiamo le emozioni senza i fatti. La storia è diventata "narrazione", gli storici devono dare "un'idea del periodo"; il latino e il greco sono giudicate materie parassitarie, e dunque i classicisti si devono accontentare della concessione di leggere Euripide in italiano (spesso persino all'università). Sui giornali intanto si difendono le ragioni dei mitocondri contro quelle dell'aoristo (l'esempio non è inventato), mentre la frivolezza di condannare la traduzione dalle lingue classiche contagia persino, per colmo di paradosso, specialisti della traduzione. Il colpo inflitto alla storia antica e alla geografia è paradigmatico. 



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