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SCUOLA/ Latino e greco (e non solo), attenti alla pietà dei finti "democratici"

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Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)  Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)

Per guadagnare uno spazio alla storia del Novecento (esigenza comprensibilissima) non si è ridotto in proporzione l'intero, ma si è tagliato il segmento iniziale. Spiegare l'orrore della Shoah è un dovere ineludibile della scuola: ma che si capirà del mondo ebraico senza la storia antica? Il greco e il latino rischiano di finire come l'egittologia o gli studi assiro-babilonesi. Discipline che si finge di ammirare, ma che si riservano a una classe microscopica di tecnici, di «scribi» mediorientali, o semmai di amatori della domenica. Nello stesso paese che si crogiola nella retorica dei «beni culturali», e degli incalcolabili contributi che potrebbero offrire al Pil.

I gridi di allarme lanciati ancora nel secolo scorso da Lucio Russo, cioè da un matematico attentissimo alla cultura umanistica, non sono serviti a nulla (Segmenti e bastoncini, Milano 1998), se non a fotografare con dolentissima profezia gli esiti di oggi. La trasformazione dell'ordinamento scolastico dipende infatti dalla trasformazione a cui sono stati avviati i suoi "utenti", e la scuola sembra aver rinunciato al suo doppio compito di insegnare a ragionare e di fornire conoscenze. Anche in questo caso il confronto con il passato può essere d'aiuto: il dipendente o il dirigente di una ditta che un tempo produceva radio o televisioni era in grado di comprendere i meccanismi produttivi della propria azienda, di riparare all'occorrenza un apparecchio, di riprodurlo in forma amatoriale nel proprio garage. Dubito che si possa dire lo stesso del dipendente o del dirigente che oggi lavora per una fabbrica di microprocessori. Costoro svolgono per lo più un lavoro di intermediazione tra la produzione vera e propria (sempre più automatizzata) e il cliente che comprerà il prodotto. È dunque crollato il divario di conoscenze che un tempo separava il dipendente dal cliente: oggi il dipendente ne sa quanto il cliente (cioè poco o nulla), perché entrambi sono ridotti, su fronti analoghi, al rango di consumatori. È un atto di egualitarismo democratico? Certamente è un egualitarismo verso il basso. E d'altronde, a chi ben osservi, l'unico atto di stolido e arrogante elitarismo sembra quello di presupporre che le generazioni di oggi non siano più in grado di imparare ciò che imparavano quelle di ieri.

Perché il nesso tra materie umanistiche ed élite è spesso il volgare sofisma di chi mira a bandire dalla scuola l'esercizio alla coscienza critica. Ai pedagogisti europei, che si scagliano da oltre un secolo, con ondate progressive, contro le lingue classiche, sarebbe utile osservare quello che è successo dall'altra parte dell'Oceano, e magari per una volta non solo negli Stati Uniti. Quanti conoscono la sorte di questi dibattiti in America Latina? Il caso del Messico è particolarmente interessante. Lì il rapporto tra scuola di massa e scuola di élite ha preso forme brutali, e per ciò stesso emblematiche: è lecito o no insegnare il latino agli indios? Nel Cinquecento i conquistadores spagnoli risposero di no, perché il latino era la lingua della chiesa, e non si voleva concedere ai nativi la possibilità di compiere una carriera ecclesiastica.  



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