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SCUOLA/ Latino e greco (e non solo), attenti alla pietà dei finti "democratici"

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Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)  Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)

Quando la diffusione del latino uscì dai canali unicamente religiosi, quando si cominciò a studiarlo più in onore di Cicerone che di san Girolamo, la proibizione agli indios dové trovare altri argomenti. E l'argomento fu proprio quello falsamente filantropico: disciplina troppo elitaria, troppo difficile per il popolo, cui bisognerebbe offrire soltanto «aratro, alfabeto e sapone». 

A queste coscienze così sensibili Alfonso Reyes, uno dei maggiori intellettuali e scrittori messicani («il miglior prosatore in lingua spagnola» lo ha giudicato Borges), protagonista della Rivoluzione, diplomatico di enorme esperienza internazionale, rinfacciò con piena ragione la «grossolana caricatura» cui riducevano il problema della promozione sociale, il «totale fraintendimento sulla gerarchizzazione degli studi di cui necessita l'intera istruzione nazionale», la «confusione funesta» e gli «scrupoli ridicoli» di un pedagogismo finto-buonista, destinato a «decretare l'abolizione totale del sapere umano per pietà male intesa». E concludeva: «il nostro ideale politico consiste nell'eguaglianza verso l'alto, non verso il basso».

Era il 1930. In Italia Mussolini celebrava il bimillenario di Virgilio. Ora che è passato anche quello di Augusto registriamo che la «pietà» dei finti democratici è sempre male intesa, che i loro «scrupoli» sono sempre ridicoli, che la loro «confusione» è sempre più funesta.

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