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SCUOLA/ Latino e greco (e non solo), attenti alla pietà dei finti "democratici"

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Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)  Albert Einstein (1879-1955) (Immagine dal web)

Come si può «difendere il latino»? Un articolo recente, tutto dedicato al «difficile rapporto fra scuola di massa e scuola di élite», esclude che vi si possa riuscire «solo dicendo che "fa ragionare"». Il rifiuto di questa difesa è sintomatico: perché non nega che il latino faccia ragionare; nega che ciò sia sufficiente (o desiderabile). Dunque siamo ridotti a questo: che per difendere l'insegnamento umanistico e le lingue classiche si deve prima difendere quel lontano presupposto, e cioè che la scuola debba insegnare a ragionare.

Ma liberiamoci intanto di un argomento ormai addirittura irritante: la riduzione delle lingue classiche nella scuola come atto di «democratizzazione» del sapere. Quel medesimo articolo muove dal dibattito sulla riforma scolastica in Francia. Al governo, in effetti, la scuola francese pare ancora troppo elitaria, «segregante», incapace di promuovere la mobilità sociale. Per ovviare a queste colpe la ricetta prevede tre ingredienti maggiori: «interdisciplinarità», «operativizzazione degli apprendimenti», «marginalizzazione degli insegnamenti tradizionalmente umanistici» (anche se, a giudicare da questo lessico, la marginalizzazione parrebbe già compiuta). Della buona fede di chi impugni il nesso tra «umanesimo» ed «élite» è ormai lecito dubitare. Nell'ultimo secolo di storia della scuola europea tutti gli attacchi al greco e al latino si sono compiuti in nome della «democratizzazione». E così, a forza di riduzioni progressive delle ore di latino e di greco, il liceo classico in Francia è praticamente morto (mentre in Germania è agonizzante e perituro). Se il deficit di egualitarismo democratico coincidesse con l'abuso delle materie umanistiche, e in specie di quelle classiche, ormai la scuola francese dovrebbe essere la più egualitaria del mondo, celebrare i fasti della propria democrazia, e non lagnarne le debolezze. Sentir lamentare, dopo la distruzione del liceo, il suo tasso di eccessivo «elitarismo» è una beffa insopportabile: o piuttosto è la prova che la «democratizzazione», se mai è davvero entrata in causa, è stata del tutto malintesa. Il sofisma che condanna le materie classiche è ormai chiaro: prima le si ghettizza come studio per soli eletti, poi le si cancella perché gli eletti non piacciono alla democrazia. Eppure l'esempio francese indica una verità piuttosto palmare: se un medico cura la gotta col salasso, e al decimo salasso la gotta non guarisce, che dovrà fare il paziente? Continuare a dissanguarsi? Non sarà meglio cambiare la cura? (suggerirei anche il medico). 

Uno sguardo ad altre realtà potrebbe esser utile — e non ci si riferisce solo a quella europea. Chi scrive ha vissuto per un certo numero di anni in Germania, e si prodigherebbe volentieri, anche come addetto ai lavori, a tracciare la storia del «ginnasio umanistico» tedesco dalla fine dell'Ottocento ai nostri giorni; da quando cioè era alla base della migliore università del mondo, fino alla quasi estinzione di oggi. Non pregiudicheremo la pazienza del lettore fino a tal segno. Certo però fa sorridere che in Germania oggi tutti lamentino che gli studenti non siano più in grado di scrivere correttamente (la stessa lagnanza, com'è noto, è dilagante anche in Francia). 



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