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SCUOLA/ Francesco e l'educazione, la "testa" non basta più

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Il problema più grande, ha continuato il papa in risposta alle domande che gli sono state poste, è la rottura del patto educativo e sociale, per cui oggi molta parte della scuola seleziona ed esclude tenendo conto solo del criterio della "testa" e non della persona nella sua totalità: valori, concetti e abitudini. Educare significa rischiare, anche se ogni educatore deve assumersi un rischio consapevole: in un simpatico esempio, il papa ha ricordato che per imparare a camminare il bambino deve tenere una gamba ferma, piantata per terra sul terreno del passato, e muovere l'altra in avanti, verso la novità e il cambiamento: così se perde l'equilibrio può tornare sul sicuro e riprovare... La tentazione mortale dell'educatore è quella di "educare dentro i muri", anziché prendere per mano, e portare tutti — tutti — fin dove possono arrivare. L'altro rischio è la rigidità formale, che deve essere sostituita da una "informalità rispettosa" che valorizzi l'umanità di chi viene educato, perché, ha concluso Francesco, dove non si valorizza l'umanità non può entrare Cristo. 

Un messaggio importante, che fonda le molte indicazioni anche operative emerse dai lavori del convegno, su cui magari tornerò in un'altra occasione,  almeno per il gruppo cui ho partecipato io, e che fa finalmente passare in secondo piano il tempo perso ad accapigliarci sulle graduatorie e sui dettagli della Buona Scuola. La scuola è buona non se è efficiente o moderna, ma se è una scuola per l'uomo, con i suoi bisogni che variano a seconda del contesto, dell'età, della cultura di appartenenza; ma soprattutto se è scuola per la domanda di senso e di verità che resta sempre nel suo cuore. 



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