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SCUOLA/ Pubblica ma autonoma: si potrebbe, ma "qualcuno" rema contro

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Ma torniamo al modello globale. Consentire alle scuole di operare in un regime di autonomia reale, dando loro la possibilità di gestire i fondi assegnati proporzionalmente al numero di studenti, e considerandole responsabili dei risultati raggiunti, avrebbe una serie di vantaggi, tra cui il fatto che l'aumento delle possibilità di scelta farebbe crescere la qualità, perché è ragionevole supporre che, in presenza di un adeguato sistema informativo e di monitoraggio, questi sì di competenza dello stato, famiglie e studenti sceglieranno le scuole migliori, che forniscono più risorse per il futuro, piuttosto che le scuole "facili" che rilasciano i titoli senza fatica, come sembrano credere gli avversari della scelta, espellendo dal mercato le scuole scadenti o costringendole a migliorare. 

La proposta di arrivare ad un reale sistema di scuole autonome, illusoriamente dato per esistente dalla legge 62/2000, comporterebbe però un'indagine seria sul mercato educativo e sui costi effettivi di un sistema integrato, indagine che non è mai stata fatta per cui non si sa quali sarebbero i costi e i risparmi e — soprattutto — il rapporto fra costi e benefici; e va a cozzare contro l'abitudine a considerare gli insegnanti una variabile indipendente, il cui obiettivo fondamentale sembra essere il posto da dipendente statale, obiettivo che potrebbe perdere la sua centralità se si ragionasse, appunto, in termini di sistema. Andrebbero anche capite meglio le caratteristiche e le possibilità di crescita di una seria imprenditoria scolastica. 

Occupandomi da una vita di scuola io penso, contrariamente all'amico Andrea, che fa l'economista e crede nella razionalità, che non sia possibile nella scuola italiana un cambiamento drastico in cui l'opting out diviene simultaneamente possibile per tutti; credo però che ci siano le condizioni per una seria sperimentazione, estesa a un campione significativo di scuole paritarie, che permetta di confrontare il livello di efficacia e di efficienza dei due tipi di scuola, che oggi non possono essere confrontate sotto nessuno dei due aspetti, principalmente perché una delle due fa la corsa nei sacchi. 

Mi chiedo però se questa proposta sia percorribile politicamente: forse la risposta alla domanda di Veca sta nella considerazione che ho sentito alle mie spalle: "se funziona, finisce che dovremo fare una scuola per gli studenti anziché per gli insegnanti…".



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COMMENTI
01/12/2015 - L'opting out de' noantri (Franco Labella)

Resto sempre perplesso quando si propongono spezzoni di soluzione di altri paesi dimenticando la regola, cara agli economisti vil razza dannata, del ceteris paribus. Ma ammesso che sia possibile traslare spezzoni di soluzione mi piacerebbe conoscere l'opinione della prof.ssa Ribolzi su una parvenza di opting out all'italiana. Mi riferisco al cosiddetto potenziamento legata alla fase C delle assunzioni della buona scuola. L'organico funzionale legata al potenziamento e alla (non so trovare altro termine) diversificazione dei percorsi delle singole scuole è una richiesta che da anni caratterizza le richieste di alcuni dei vituperati sindacati. Diversificare l'offerta è il dato comune su cui basare un opting out anche all'amatriciana. Ebbene la traduzione renziana quale è stata? Professori di Diritto (A019) inviati in servizio nelle scuole elementari, professori di francese in istituti comprensivi dove non si è scelta quella lingua tra quelle da offrire, professori di stenodattilografia (ma esistono ancora?) catapultati in istituti diversi dai tecnici. L'opting out è in funzione di cosa? Perché quando si ragiona di costi medi ed altre amenità economiche poi bisogna anche fare qualche considerazione, non inutile, sul "prodotto finale". E, perciò, trovo utile segnalare il recente contributo, sempre qui sul Sussidario, di T. Pedrizzi a cui rimando:http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2015/10/28/SCUOLA-Cultura-per-tutti-ma-come-La-lezione-della-Francia-all-Italia/650492/

 
30/11/2015 - AUTONOMIA DELLA SCUOLA STATALE (FRANCO BIASONI)

Credo che chi ha a cuore l'identità nazionale, l'avvenire delle nuove generazioni, la libertà di educazione, una seria iniziativa per tentare di risolvere l'emergenza educativa ecc. ecc. debba smettere di puntare sulle scuole paritarie. Il loro problema è quello del finanziamento che non sarà mai risolto. Il 95% della popolazione si serve di scuole statali e pensa che ogni soldo dato alle scuole paritarie, a parità di spesa per l'istruzione, venga sottratto a loro. Le conseguenze politiche sono evidenti. Nessun partito e nessuna coalizione di governo correrà il rischio di scontentare una così grande maggioranza di elettori. La difesa della scuola paritaria, che va fatta con decisione, ha un valore tattico, non strategico. Gli obiettivi che ho citato all'inizio di questo commento vanno perseguiti con una nuova strategia: il cambiamento della scuola statale. Da questo punto di vista la proposta di Ichino e Tabellini in "Liberiamo la scuola" e quella illustrata sul sito www.cambiamolascuola.it offrono delle soluzioni concrete. Manca solo il consenso politico, consenso che si può ottenere solo in seguito ad una campagna culturale che abbia come oggetto i cittadini più interessati: i genitori. La cosa non è facile, stante l'emarginazione dei genitori che non sanno più parlare dei loro figli dopo le elementari e la conseguente quasi irrilevanza di molte associazioni e comitati di genitori. Non c'è però un'altra via.