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SCUOLA/ Studenti mettono i prof su WhatsApp, ma i genitori sono peggio

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Se nelle mani di un quattordicenne (dotato di regolare patentino e abituato a guidare uno scooter) mettete una Ferrari, è molto probabile che qualcosa vada storto. Bisogna che ci ficchiamo tutti bene in testa che avviene la stessa cosa quando mettiamo in mano a un ragazzino uno smartphone, con connessione illimitata ad Internet. Il problema è che tutti, nel primo caso, capiscono l'assurdità e la pericolosità del gesto, mentre nel secondo caso la percezione della gravità della cosa è gravemente offuscata. Del resto le statistiche dicono che già ad otto anni il 72 per cento dei bambini maneggia abitualmente smartphone e tablet dei genitori, e che nove minorenni su dieci utilizzano in modo costante il web. Evidentemente molti, moltissimi genitori non capiscono.

Eppure con un apparecchio digitale collegato alla rete ci si può fare molto male e si può fare molto male agli altri, più facilmente che guidando una Ferrari. L'ultimo caso ne è davvero la prova provata: 22 ragazzini di una scuola media del torinese hanno ripreso i loro professori durante le lezioni e hanno pubblicato il tutto su WhatsApp, corredando le immagini con frasi di scherno. Sono stati scoperti da un docente che, intuito qualcosa, ha sequestrato alcuni cellulari. La scuola ha reagito, anche se, a mio parere, in modo molto, troppo mite (sei sospesi per un giorno e i rimanenti per tre ore!). Motivo della sanzione: "E' stato violato il regolamento d'istituto".

Ma l'aspetto più paradossale di questa vicenda paradossale è la reazione di alcuni genitori (spero non tutti) degli autori della bravata, i quali hanno sostenuto che la requisizione dei telefonini (e il controllo del contenuto) è stata una vera e propria violazione della privacy. Questi signori, invece di vergognarsi di avere in casa dei piccoli mascalzoni, se ne sono andati in giro a testa alta a difendere l'indifendibile. Si sono impalcati a paladini della privacy di chi mette sotto i piedi, calpestandola, la privacy degli altri.

L'episodio è grave, ma è solo la punta di un iceberg. C'è tutto un sommerso, incontrollato e incontrollabile, che quotidianamente si riversa sulla rete e pugnala alle spalle, in modo codardo e vile. A volte accade che si scopra qualcosa, ma è veramente un nulla, rispetto a quello che gira.

Ciò che più colpisce è che i giovani non sembrano rendersi conto della gravità dei loro atti, hanno perso del tutto il contatto con la realtà. Vivono in un mondo virtuale dove tutto pare possibile, mentre, nella realtà, non è vero che tutto è possibile. Privacy? Ma quale privacy! Loro stessi sono abituati a darsi in pasto al gruppo degli "amici". Si offrono in tutte le pose, spiattellano tutti i loro spostamenti, i loro gesti, i loro gusti, i loro amorazzi. E' il trionfo del narcisismo collettivo, nella spasmodica ricerca dei "mi piace". E pensano di poter fare lo stesso con la vita degli altri. 



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