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SCUOLA/ Se l'alternanza fa la fine del Clil...

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La vicenda della partenza dell'alternanza a me ricorda tanto la vicenda della partenza del Clil. Io continuo ad usarla come pietra di paragone perché, a mio parere, non solo ha elementi forti di analogia ma consente di osservare, criticare e discernere distinguendo una misura realistica da una ideologica. E questo — il misurare — vorrei ricordare a Pennisi, è l'essenza della democrazia, non dell'ideologia. Perché scegliere (non devo ricordare certo a lui l'etimo di "elezioni") è valutare, come ci ha appena ricordato Nadia Urbinati su Repubblicaa proposito dell'idea che non esistano più scelte di destra e scelte di sinistra.

Dunque il Clil (Gelmini) e l'alternanza (Giannini). Qual è il punto comune? Due buone idee per introdurre il cambiamento nella scuola italiana. Dov'è l'ideologia, evidente e misurabile per entrambe le situazioni? Nell'averle volute imporre senza alcuna valutazione delle condizione di partenza date. Se ne è avuto la misura ad emanazione delle linee guida sull'alternanza. Esse prevedono, ad esempio, la deroga dall'obbligo di firmare convenzioni solo con realtà iscritte nell'Albo previsto dalla legge 107.

In cosa consiste l'ideologia? Nella fretta di far credere come acquisiti certi risultati ed allora, se non si vuol fare propaganda, prima si costruisce l'Albo e poi parte l'alternanza, non il contrario. Prima si emana una direttiva che magari vincoli settori della pubblica amministrazione a farsi carico delle convenzioni e delle richieste delle scuole, e poi si stabilisce che l'alternanza parte subito.

Conosco già l'obiezione: il conservatorismo sta tutto nel presentare come insormontabili le difficoltà legate ai cambiamenti. Peccato, però, che questa sia la stessa logica per cui stiamo provando a riproporre il ponte sullo Stretto di Messina. E' una vicenda che andrebbe fatta studiare nelle scuole e la boutade è meno boutade di quanto appaia. Perché se Maria Antonietta proponeva al popolo le brioches, oggi c'è qualcuno che, saltando a pie' pari le ragionevoli obiezioni del passato, propone ai messinesi senz'acqua di bere il ponte.

Ma, battute a parte, qual è l'osservazione, per me dirimente, per valutare questa parte della legge 107/2015? L'aver posto un obbligo di legge che si sa già che sarà eluso, aggirato, o — semplicemente — non rispettato. Pessimo esempio di pedagogia politica quella di fare leggi con la consapevolezza della loro non applicabilità e rispetto. Perché induce non solo a veicolare l'idea che le regole sono "finte" e non devono esser rispettate, ma anche perché fa passare l'idea della "non misurabilità" delle scelte politiche.

Che scrivere dell'esperienza descritta da Pennisi? Che, come ho sostenuto, se si voleva non essere ideologicamente frettolosi bisognava metter mano anche ai curricola, all'equilibrio tra i due versanti, introducendo magari gradualità e pure qualche elemento che fungesse da deterrente per le scuole "pigre" o fantasiose. Quelle che potrebbero pensare, ad esempio, ad attività ed esperienze come quella di animatore in un villaggio turistico a cui avviare le studentesse del liceo delle scienze umane. E l'esempio, ahimè, non è inventato.  



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