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SCUOLA/ Galli della Loggia e quello statalismo che non muore mai

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Ernesto Galli della Loggia (Infophoto)  Ernesto Galli della Loggia (Infophoto)

Galli della Loggia punta, poi, il dito contro l'autonomia scolastica, lamentando che si sia persa per la strada la capacità ministeriale di vedere e provvedere di conseguenza, denunciando il rischio di un liberismo scolastico centrato sulla concorrenza tra gli istituti. Se l'autonomia producesse solo questi esiti sarebbe certamente da ripensare. 

Due brevi osservazioni. La prima riguarda l'oggettiva impossibilità che un qualsiasi "centro" (ministeriale o regionale) possa gestire in modo uniforme o abbastanza uniforme, come è accaduto per un secolo e mezzo, un sistema irreversibilmente molto articolato e differenziato. L'uniformità poteva essere un pregio quando si combatteva l'analfabetismo e si tendeva a rendere uniforme la preparazione di quanti erano destinati ad accedere alle professioni cosiddette "alte". Nella realtà della scuola aperta a tutti il governo del sistema è giocoforza obbligato a essere flessibile e a concedere ampio spazio alla professionalità dei docenti e cioè a quanti sono in prima linea e possono decidere quali soluzioni sono più efficaci. 

Seconda osservazione. L'autonomia è anche qualcosa di più di una semplice strategia efficientistico-gestionale. Può essere orientata — e così era pensata dai promotori della svolta del 1997 — anche nel senso proposto dalla cultura sussidiaria. In questa ottica l'autonomia rappresenta una grande occasione per fare della scuola un centro vitale di cittadinanza e cioè un luogo di convergenza di interessi tra insegnanti, dirigenti, famiglie, enti e soggetti locali. Se ciascuna parte riconosce e assume le proprie responsabilità (compresi i genitori spesso troppo centrati sulla difesa dei figli) si può generare una scuola vissuta come un bene sociale prezioso da custodire e rafforzare. 

Non è un'utopia: in tante realtà italiane già esistono esperienze in cui la vita della scuola (specialmente quella del primo ciclo) è strettamente congiunta alla vita della comunità di appartenenza. Basta pensare, ad esempio, alle situazioni in cui (come quelle montane) si rischia di veder chiudere le scuole e gli enti locali, le famiglie e le forze sociali operano per scongiurare questa eventualità. E, per citare un altro esempio, come non apprezzare quei genitori che di tasca propria ripuliscono la scuola, la rendono più attraente e più sicura senza attendere i soldi dello Stato? E ancora: quante interazioni positive tra scuole e mondo produttivo sono state realizzate in varie parti d'Italia senza pregiudizi o secondi fini.  

Non penso che si possa pensare al ritorno della "scuola dello Stato", un capitolo chiuso dopo una lunga e meritoria storia. Il futuro è affidato alla capacità di dar vita a un'autonomia piena, seriamente monitorata e regolata dalle necessarie compensazioni per garantire l'equità tra situazioni obiettivamente diverse. 

Un'autonomia, dunque, non liberista, ma piuttosto di segno comunitario: non una scuola centrata sulla concorrenza, ma esito di un'alleanza sociale tra soggetti che, a titolo diverso, vedono nella scuola un investimento per il futuro. 



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COMMENTI
09/11/2015 - disciplina (Claudio Baleani)

E' venuto da me un insegnante che ha dato uno schiaffo ad uno studente. Era entrato in classe dove aveva liberato un altro insegnante che era stato legato e bersagliato con pistole ad acqua. Nel mentre gli è volata una mano. L'insegnante non si voleva neppure difendere nel procedimento disciplinare perché aveva altri interessi e se lo avessero cacciato via per lui sarebbe stato un vantaggio anche economico. Mi sono dovuto imporre e alla fine l'abbiamo sfangata. Ma è questo il problema della scuola? No. Il problema è che si tratta di un posto dove vanno a lavorare persone che altrimenti starebbero in mezzo a una strada, gente che legge un libro ogni tre anni. Un posto dove impera il qualunquismo e i sistemi di arruolamento sono assurdi e napoleonici (però fatti male). La scuola ha rinunciato al suo prestigio ed è priva di un suo perché. Vogliamo fare una indagine e vedere quanti insegnanti e quanti studenti vanno dallo psicanalista? Se ci sono tante persone esaurite ci sarà un motivo. Non sanno che vanno a fare e sono soggetti a tutte le mode culturali possibili e immaginabili, prima di tutte il computer, che bisognerebbe proibire ai minori di 18 anni. Per non parlare dei dirigenti, pomposa qualifica dei capi istituto.

 
09/11/2015 - Il caso vuole... (Franco Labella)

Non voglio entrare in polemica con Ragazzini ma giusto fargli osservare che in questi giorni, con la vicenda di San Francesco al Campo (contestazione punizione per l'uso del cellulare) non si è avuta proprio l'evidenza di scuola buonista ma se mai di scuola rigorosa e genitori diseducanti. Anche questo è un pezzo di realtà e per la mia limitata esperienza mi pare una realtà prevalente rispetto all'opinione di Ragazzini. Pedagogia del dialogo che aborre le sanzioni? Ma allora Ragazzini contesterebbe anche il D.M.5 del 2009 sul voto di condotta? In quel caso, però, dovrebbe prendersela col Ministro più che con i pedagogisti... Il piacere della scoperta di chi fosse il Ministro pro-tempore firmatario del decreto lo lascio ai lettori. Un'ultima cosa: non mi pare che Chiosso abbia scritto che il miglioramento dell'inclusione si accompagni a competenze non acquisite. Egli scrive, se mai, che sull'inclusione abbiamo fatto progressi, sulle eccellenze un po' meno. Ma potrei aver capito male io ed in quel caso non c'è manco bisogno di pensare a licenziarmi. Insegno una materia in via di estinzione, il Diritto, e quindi...

 
09/11/2015 - SCUOLA "INCLUSIVA" O SCUOLA BUONISTA? (Giorgio Ragazzini)

Nel parlare della scuola italiana si deve fare affidamento soltanto sulla propria esperienza (che è pur sempre qualcosa) e su quello che se ne sente raccontare. Di inchieste serie il Ministero non ne fa, tanto meno sulla disciplina (parola impronunciabile), sul clima delle classi, sulla grave inadeguatezza di una minoranza dei docenti e dei dirigenti. Ma non c'è bisogno di inchieste per sapere che è stata diffusa a piene mani una pedagogia "del dialogo" che aborre le sanzioni, la fermezza educativa, il merito (identificato con l'odiosa "competizione"). Una promozione regalata non va valutata solo in relazione all'interessato, ma anche all'ingiustizia e alla demotivazione che subisce chi si impegna seriamente, nonché al danno che la società riceve da una scuola che non esige, ma assolve. La realtà dello sviluppo psicologico è negata da chi nega l'opportunità di far ripetere l'anno a chi non ci ha messo il minimo impegno. Così come da chi non sanziona chi insulta i docenti, disturba di continuo le lezioni, copia durante compiti e esami, fa il bullo opprimendo i compagni più indifesi. "Chi non punisce il male - dice Leonardo da Vinci - comanda che si faccia". D'accordo sull'esigenza di migliorare la preparazione dei docenti, ma la diminuzione delle bocciature deve essere la conseguenza dell'obbiettivo raggiunto, non la premessa ideologica. Che spesso sia così, lo dice anche Chiosso: l'idea dell'inclusione fa progressi, le relative competenze didattiche molto meno.

 
09/11/2015 - Ma la scuola autonoma a chi risponde? (FRANCO BIASONI)

Si spendono giustamente molte parole in favore dell'autonomia scolastica, bisognerebbe però affrontare anche il problema della loro responsabilità. Una scuola veramente autonoma (bisognerebbe anche chiarire che cosa serve perché una scuola sia realmente autonoma) deve pur rispondere a qualcuno del suo operato. Perché non si affronta mai questo argomento?

 
09/11/2015 - D'accordo su quasi tutto (Franco Labella)

Non è un commento cerchiobottista il mio e devo rispettare i limiti di spazio. D'accordo quasi in toto con quanto scrive Chiosso. Galli della Loggia, insigne storico, è già scivolato in passato sulla scuola e sempre sul Corriere. Mi riferisco ad un articolo di qualche anno fa, anzi una paginata, relativa alla materia fantasma, "Cittadinanza e Costituzione, che G.d.L. dava per presente ed impartita e magari col voto in pagella. Non era e non è così ma non per l'autore che ci costruì tutta una tesi, evidentemente infondata mancandone i presupposti, su Stato etico e dintorni. Se cercate sul Web trovate a cosa mi riferisco. Punto di profondo dissenso con Chiosso e di accordo con GdL: l'autonomia scolastica. Mai termine fu più equivocato e disatteso e pure pernicioso perchè ha amplificato, con una patina pseudogiuridica, la naturale propensione di docenti ed ahimè ancor più dei presidi alla autoreferenzialità. Si è travestito la autoref. da autonomia e trasformata spesso in autocrazia del ds ora anche con gli strumenti della L.107. Serve il centralismo. Come ho appena scritto è ancora utile essere keynesiani anche per la scuola. Del resto solo qualche annetto fa, dopo l'inizio della crisi nel 2008, l'interventismo statale fu riscoperto a furor di popolo persino negli USA che avevano vissuto l'era reganiana e non mi riferisco solo ai salvataggi bancari. L'autonomia sarebbe possibile ad 1 condizione: che se ne conoscessero significato e limiti giuridici. Ma così non è.