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SCUOLA/ Sei uno studente bravo? In Italia insegnare non fa per te

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Io, personalmente, dopo un'infatuazione per la maestra delle elementari, ho desiderato per anni di fare l'archeologa, professione ben più attraente che non l'insegnante di lettere, anche se non avevo idea di quanto fosse pagata, e meno ancora di quali possibilità di lavoro ci fossero. 

Ero però abbastanza confusamente consapevole del fatto che gli insegnanti (non io però: vade retro!) avessero una funzione importante nella società, per cui erano stimati, come insistentemente dicevano i miei genitori, anche indipendentemente dalle loro qualità personali. Se ne avevano, meglio per noi. Ma certamente non erano, a quindici anni, un modello professionale forte: solo qualche mia compagna (eravamo all'inizio degli anni Sessanta) pensava che avrebbe fatto l'insegnante per avere del tempo libero per la famiglia, e perché era un lavoro adatto a una donna. Motivazioni che a distanza di mezzo secolo determinano quasi dovunque la netta prevalenza di donne, sei contro tre maschi, con poche eccezioni tra cui la Svizzera e il Giappone, anche se la mancanza di modelli di adulto maschile costituisce un grave e crescente problema. 

Da ultimo, il focus sottolinea che generalmente, anche se con risultati meno uniformi, gli aspiranti insegnanti hanno una riuscita in matematica inferiore a quella del gruppo degli aspiranti professionisti, e lo considera un elemento indicativo della qualità, valutazione su cui non sono d'accordo, e su cui si aprirebbe un discorso molto lungo.  Sono invece pienamente d'accordo con la conclusione che "i sistemi educativi devono diventare più competitivi nel reclutare e trattenere insegnanti qualificati e motivati. Gli incentivi estrinseci, come i salari e la carriera, possono aiutare, ma i paesi dovrebbero prendere in considerazione l'opportunità di promuovere il valore intrinseco della professione, dando agli insegnanti una maggiore autonomia e alzando lo status sociale della professione": la prima delle due cose si può fare per legge, e in tempi relativamente brevi, mentre la seconda comporta un mutamento culturale che deve rammendare una caduta di prestigio in atto da molto, e che richiede tempi lunghi.  

Io credo che si debba incominciare dagli insegnanti in servizio, introducendo meccanismi di carriera e incentivi legati al merito, e contemporaneamente si debba evitare che quella di insegnante, come parrebbe dagli sconfortanti esiti di Pisa, venga vista come una carriera di risulta, in mancanza di meglio. Potrebbero servire una più severa selezione degli studenti che si iscrivono agli indirizzi che portano all'insegnamento, collegata ad un'elevata probabilità di trovare lavoro, un periodo di praticantato effettivamente professionalizzante; una seria prospettiva di carriera. Infine si può pensare anche per l'Italia a programmi di "servizio civile" nelle scuole per i laureati migliori, come ad esempio "Teach for America", che dà delle borse ai migliori laureati di ogni facoltà per restare uno o due anni nelle scuole più deboli del paese per aiutare i ragazzi in difficoltà, ed ha coinvolto in venticinque anni più di 50mila laureati. 



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