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SCUOLA/ Il piano digitale? No agli esperimenti del Miur sulla pelle degli studenti

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Ma occorre essere molto prudenti e riflessivi nell'attuazione di un piano che intenda adeguare la scuola all'era digitale, osservando attentamente sia gli studenti e le loro effettive esigenze, sia le richieste di una società in veloce trasformazione. Tale riflessione non può che essere condivisa con chi ha la responsabilità dell'educazione dei giovani: docenti e famiglie. Per questo propongo alcune delle domande sorte in dialoghi, riunioni, seminari sul tema. 

Nella presentazione del Piano, ad esempio, si legge: "Dobbiamo passare dalla scuola della trasmissione a quella dell'apprendimento". Su quali presupposti si fonda tale esortazione? Su un'opposizione data per scontata tra trasmissione del sapere e apprendimento? O forse si intende sottolineare quanto suggerisce la celebre frase di Goethe: "per possedere davvero quello che i padri hanno lasciato devi riconquistarlo", ovverosia, non vi è inimicizia tra trasmissione e apprendimento, purché sia favorita l'attività critica, il paragone tra sé e quanto si è ricevuto?

Altri interrogativi nascono dalla constatazione di una diffusa convinzione che il digitale risolva problemi quali la dispersione scolastica o le difficoltà di apprendimento. Sono frequenti in rete articoli che propongono l'informatizzazione della didattica come fattore di motivazione per gli studenti, che troverebbero nei tablet, nell'utilizzo dei social, nel superamento degli strumenti tradizionali, quali libri e quaderni, dispositivi più familiari per imparare e per comunicare. Così come pc, tablet, audiolibri sono invocati quali strumenti compensativi per studenti con difficoltà specifiche di apprendimento da associazioni del settore, specialisti, genitori. In un questionario proposto agli studenti di terza media nella mia scuola sull'utilizzo del digitale nella didattica, sono però emersi aspetti interessanti, da prendere assolutamente in considerazione, quali la consapevolezza della tentazione continua di navigare e chattare quando nello studio personale si utilizzano tali dispositivi, a fronte di una maggior possibilità di concentrazione nello studio su libro; la dispersione che spesso provoca la ricerca di informazioni nella rete rispetto alla possibilità di orientarsi nella conoscenza di un argomento offerta da un libro "scelto per noi dal docente"; la preferenza per il digitale quando si tratta di studiare discipline quali geografia e scienze, per gli strumenti tradizionali quando si debbono affrontare altre discipline in cui l'aspetto visivo è meno importante; l'insofferenza di alcuni studenti dislessici per gli audiolibri: "molto meglio se me li legge una persona", o l'imbarazzo per l'utilizzo del pc quando gli altri studenti possono farne a meno per scrivere i temi…

Insomma, una riflessione sulla didattica digitale non può non fare i conti con gli studenti, che vanno interpellati, perché, in fondo, l'innovazione ha senso se lo scopo che imparino di più e meglio è raggiunto. Inoltre non è ma proficuo generalizzare: ogni disciplina ha un suo metodo per raggiungere la conoscenza dell'oggetto. In alcune sono utili alcuni strumenti, in altre meno; in alcuni momenti di apprendimento è auspicabile un'indagine personale dello studente, se ha già i requisiti per poterla condurre ed è giunto il momento di verificare la sua capacità di analisi, in altri occorre una spiegazione da parte del docente, la sua narrazione, la sua argomentazione per introdurre lo studente nella conoscenza e nella comprensione dell'oggetto. 



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