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SCUOLA/ Il piano digitale? No agli esperimenti del Miur sulla pelle degli studenti

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"La vostra è una scuola Apple o una scuola Microsoft?". Questa la domanda che anni or sono mi pose un padre, appena trasferitosi dagli Stati Uniti in Italia, durante il colloquio per l'inserimento della figlia nella scuola media di cui sono preside. Allora rimasi spiazzata dal quesito e portai il discorso su ciò che ritenevo essere il cuore dell'identità della nostra scuola, considerando il contenuto della domanda assolutamente irrilevante. Certo, non mancai di illustrargli i nostri laboratori di informatica: tre dotati di macchine che funzionano con il sistema operativo Windows e uno con Mac. Negli anni, anche grazie a una serie di incentivi ministeriali, tutte le aule sono state dotate di lavagne interattive multimediali con proiettore e pc, è stato introdotto il registro elettronico, sono state effettuate sperimentazioni nei vari livelli scolari, dalla primaria ai licei, relative all'utilizzo di tablet nella didattica, di libri misti, di dispense multimediali prodotte dagli stessi docenti. Consapevoli della natura strumentale della tecnologia, anche informatica, le scelte dei presidi e dei docenti sono state sempre motivate dal desiderio di utilizzare le novità al servizio della didattica e dell'organizzazione della scuola, senza particolari entusiasmi e senza particolari preconcetti.

Ora però dal ministero arriva una spinta molto più decisa verso la digitalizzazione della scuola, che richiede qualche riflessione. Con il Piano Nazionale Scuola Digitale (Pnsd) il ministero dell'Istruzione ha avviato infatti un programma "per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell'era digitale", finanziato da fondi strutturali europei (Pon Istruzione 2014-2020) e dai fondi della legge 107/2015 (Buona Scuola). 

Un piano che non vuole semplicemente incrementare la dotazione tecnologica delle scuole, ma innovare la scuola dal punto di vista epistemologico e culturale: "si tratta prima di tutto di un'azione culturale, che parte da un'idea rinnovata di scuola, intesa come spazio aperto per l'apprendimento e non unicamente luogo fisico, e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita". 

Definire la scuola come "spazio aperto" o "piattaforma" mette in discussione almeno due aspetti che attualmente la caratterizzano: le aule, luoghi notoriamente chiusi, e il rapporto asimmetrico studente-docente come via maestra di introduzione dei giovani alla realtà e di orientamento nella complessità del mondo attuale. 

È evidente la necessità di superare certi stereotipi e certe rigidità che effettivamente ostacolano l'apprendimento: pensando agli studenti delle medie, l'età da tutti percepita come più critica, è sicuramente auspicabile la possibilità di muoversi in spazi meno angusti dell'aula, di organizzare l'aula diversamente a seconda delle attività, di non limitare la possibilità di condividere il percorso scolastico al gruppo classe, di diventare protagonisti del proprio lavoro, utilizzando vari linguaggi e strumenti diversificati per compiere il proprio cammino conoscitivo e comunicare le proprie scoperte. 



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