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UNIVERSITA'/ I due "dogmi" che spiegano la crisi

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Queste circostanze hanno ripercussioni sul numero degli iscritti e dei laureati? Difficile negarlo. Esse trasformano infatti sempre più l'università in un luogo non attraente, non accogliente, in cui si percepiscono continue battaglie per la sopravvivenza anziché entusiasmo, coscienza dell'importanza della propria opera, sforzi per migliorare. Gli studenti capiscono benissimo quali sono diventate oggettivamente le priorità: l'altro giorno mi sono sentito dire: «Certo che con tutte le cose che lei deve fare, in più deve pure insegnare…». Ho dovuto spiegare che insegnare è esattamente il lavoro per cui vengo pagato, e il resto è il contorno, ma il mio studente non aveva alcun torto: tutto oggi avviene come se insegnare fosse un di più da compiere per astratto senso di dovere. Gli studenti capiscono perfettamente che se vengono ricercati è per far quadrare i conti grazie alle salate tasse che vengono loro richieste. Come pretendere che iscritti e laureati aumentino in quest'atmosfera? Il ritornello (falsissimo) secondo cui lo studio universitario è «un cattivo investimento» pare allora solo il tentativo di giustificare un fallimento.

Cambiare purtroppo non è facile. Rimettere al centro la necessità della formazione degli studenti significa infatti contestare almeno due dei paradigmi sui quali sono state effettuate le recenti scelte politiche. 

Uno è quello della cosiddetta «cultura della valutazione». Non è un caso che essa sia andata sottobraccio con una crescente sottostima dell'insegnamento. Il problema non consiste nel fatto che (come spesso si ode a mo' di scusa) «la didattica è ancora più difficile da valutare della ricerca». Il problema è che una valutazione pensata ad immagine del controllo di qualità degli oggetti che escono da una fabbrica non può funzionare quando in gioco non vi sono oggetti, ma persone. Nei processi di valutazione recentemente messi in opera (inclusa la preannunciata e contestatissima Valutazione della Qualità della Ricerca 2011-2014) ai docenti viene chiesto di indicare i loro migliori «prodotti». Bene, uno studente non è un prodotto, in nessun senso. Pure scegliere come riferimento della valutazione il progresso delle loro conoscenze (con il cosiddetto value-added assessment) è fallace, per motivi noti alla letteratura critica.

L'altro paradigma è quello chiamato del New public management. In esso anche le strutture educative vengono pensate sempre più in termini di esercizio economico secondo i medesimi princìpi del settore privato. Ecco finalmente trovato un posto per gli studenti: se non possono essere un prodotto, ora sono i «clienti» dell'università. Peccato che così essi non sono più i loro protagonisti e l'intera tradizione educativa e universitaria europea viene stritolata. Anche il lessico accademico viene gradualmente rivisto, come una sorta di Newspeak, per adeguarsi a questa mutata situazione: i corsi di laurea sono l'«offerta didattica», l'insegnamento diventa «erogazione di ore di lezione», la «trasparenza» è la parola d'ordine sotto la quale viene riassunta la meticolosa esposizione di tutto ciò che viene fornito, in maniera che il futuro cliente possa confrontare le varie università come se fossero aspirapolveri messi alla prova in una rivista per consumatori.



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