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UNIVERSITA'/ I due "dogmi" che spiegano la crisi

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I recenti dati statistici che hanno collocato l'Italia ultima tra i paesi Ocse per percentuale di laureati tra i giovani appaiono drammatici ma non sono di facile interpretazione. È per esempio facile osservare che il modo più rapido di innalzare il numero dei laureati è abbassare il livello dello studio, ciò che contemporaneamente potrebbe sia diminuire la dispersione (che in Italia è notevole) sia attirare un maggior numero di iscritti. Il dato sarebbe quindi alla fine consolante, se esso significasse il mantenimento in Italia, malgrado tutto, di una serietà dello studio che induce, sia in partenza sia in itinere, ad una maggiore selezione. 

Questa interpretazione può avere qualcosa di vero: i casi di studenti Erasmus che al rientro in Italia, alla fine dei commenti sull'eccellenza delle strutture all'estero, aggiungono: «Be', per il livello di insegnamento non c'è però paragone» non sono così sporadici da poter essere scartati come irrilevanti. Perlomeno essi suggeriscono la necessità di fermarsi a valutare gli elementi specifici ancora vitali della tradizione accademica italiana, prima di affossarli dietro la retorica dell'«adeguazione all'Europa» o di ciò che «avviene negli Stati Uniti».

Ciononostante, non è possibile consolarsi troppo. Il dato sul numero dei laureati si accosta infatti ad altri, che disegnano un quadro di sostanziale abbandono dell'università, sia da parte del decisore politico, sia da parte della pubblica opinione. 

Cerchiamo di elencare brevemente alcuni dei più rilevanti. La spesa dell'Italia per studente in rapporto al Pil è ultima tra i paesi dell'Ocse (se si esclude il caso chiaramente anomalo del Lussemburgo). Gli ultimi anni hanno visto, a causa del sostanziale blocco del turn over, una continua diminuzione del personale docente e ovviamente l'aumento dell'età media: chi lavora nell'università sa benissimo che perlomeno un paio di generazioni accademiche sono andate irrimediabilmente perdute. Gli stanziamenti per le borse di studio (che rispondono, nel caso qualcuno lo dimenticasse, al dettato della Costituzione) continuano ad essere drammaticamente insufficienti rispetto alle necessità e la beffa dei «vincitori senza borsa» continua senza ormai scandalizzare più. Dall'altra parte, le tasse universitarie occupano tra i paesi dell'Ocse la terza posizione (chi continua a scrivere che l'università in Italia è sostanzialmente gratuita al confronto di ciò che avviene altrove evidentemente usa parole in libertà). La qualità o le urgenze dell'insegnamento (la «didattica», come si usa dire) sono ormai abbandonate come criterio per stabilire qualsiasi allocazione delle risorse. Dall'altra parte sempre più tempo al lavoro di insegnamento è sottratto dalla proliferazione della burocrazia universitaria: sia dal punto di vista della gestione delle strutture didattiche, sia dal punto di vista amministrativo (quando mi trovo con colleghi stranieri è sempre un buon argomento di conversazione spiegare che cosa bisogna fare in un'università italiana, putacaso, per comprare un proiettore, e far capire perché alla fine decidi di comprarlo di tasca tua).



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