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SCUOLA/ Clil: belli e brutti, cosa fa la differenza

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In questo caso il docente, attivando una materia interamente in lingua per una sperimentazione presso il proprio istituto, intraprese una riflessione iniziale seria su metodi e strumenti della disciplina in lingua; certamente lavoro non facile, ma stimolante, e potenzialmente fruttifero di crescita culturale, cognitiva e linguistica per gli studenti, nonché di interessanti scoperte sia per il docente direttamente coinvolto nell'impresa che per i colleghi, soprattutto di lingue. La miopia dell'autorità scolastica, ancorata ad una visione dell'insegnamento linguistico in cui "il docente di lingua insegna la lingua", ed evidentemente ignara della riflessione europea sul fallimento dell'insegnamento delle lingue straniere e della necessità del ripensamento delle metodologie, da cui anche il Clil, credo abbia impedito al fiore di sbocciare e all'esperimento di fecondare positivamente il terreno in cui si era andato a collocare.

Rimane tuttavia ancora una e fondamentale domanda: come si possono o devono insegnare discipline come storia, o diritto, o anche la fisica, da un certo punto di vista, in L2 in una terra dove non solo regna la L1, ma la tradizione didattica della L1 stessa è diversa da quella della L2? Vale a dire, insegnare storia è insegnare la storia in inglese o del mondo inglese (e cosa si intende con il mondo inglese oggi e mille anni fa) e all'inglese? 

Domande che in altri paesi dove il Clil è praticato anche da più tempo non si sentono molto spesso; in Spagna ad es. la flessione del Clil, a giudicare dai volumi pubblicati per la scuola secondaria, è sostanzialmente ed unicamente linguistica; la di culture del modello di Coyle (competence, culture, cognition, communication) vi è poco sensibile, per lo meno nella sua accezione di quella specificità culturale che è anche specificità di discourse, vale a dire il linguaggio non solo come lessico ma come specificità del discorso.

Quindi le obiezioni e resistenze relative al Clil in merito alla C di culture sarebbero il segno di un'arretratezza della scuola italiana, o di coloro che in essa se ne fanno portavoci? Al contrario, ritengo che proprio la presenza di una tradizione didattica ancora memore, per quanto debolmente, di se stessa, possa essere fattore di miglioramento del Clil stesso.  

Anche perché è di questo che alcuni guru del Clil si occupano attualmente, vale a dire come passare da un soft ad un hard Clil. E noi Italiani, orgogliosi e fieri della ricchezza della nostra cultura e lingua, vogliamo sottrarci al dibattito dicendo che "il Clil non si può fare?"

(3 - continua. Leggi qui il primo articolo e qui il secondo) 



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