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SCUOLA/ Vietare il Natale, la strategia che ha già "suicidato" Francia e Gran Bretagna

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Ogni confronto, come ogni dialogo, tuttavia, è mera polvere al vento se non si sviluppa tra due identità e due storie che intendono comprendersi e che proprio per questo si meticciano e si trasformano. Allora sarà chiaro che le statuine dei pastori, i suonatori di cornamuse, i canti natalizi e le visite di un sacerdote o di un vescovo a scuola non sono altro che un segno di una tradizione che serve ad unirci, a renderci partecipi di qualcosa di più grande e di condiviso seppur nelle differenze: i valori del rispetto di ogni persona umana, della libertà, della bontà, della giustizia, dell'amore. Proprio ciò che la religione cristiana ci ha insegnato a riconoscere e ad avvalorare nel tempo. 

Nelle vigenti Indicazioni nazionali per il curricolo a cui tutte le scuole del paese dovrebbero ispirarsi c'è scritto non a caso che siamo chiamati a formare «una cittadinanza che certo permane coesa e vincolata ai valori fondanti della tradizione nazionale, ma che può essere alimentata da una varietà di espressioni ed esperienze personali molto più ricca che in passato». E inoltre: «oggi la scuola italiana può (…) creare le condizioni propizie per rivitalizzare gli aspetti più alti e fecondi della nostra tradizione. Questa, infatti, è stata ricorrentemente caratterizzata da momenti di intensa creatività — come la civiltà classica greca e latina, la Cristianità, il Rinascimento e, più in generale, l'apporto degli artisti, dei musicisti, degli scienziati, degli esploratori e degli artigiani in tutto il mondo e per tutta l'età moderna — nei quali l'incontro fra culture diverse ha saputo generare l'idea di un essere umano integrale, capace di concentrare nella singolarità del microcosmo personale i molteplici aspetti del macrocosmo umano». 

Mi domando, invece, se vicende come quelle di Rozzano e di altre località che hanno avuto gli onori della cronaca in questi giorni aiutano tutti a riconoscere l'importanza di declinare nelle azioni educative quotidiane queste fondamentali consapevolezze. A cominciare dal piccolo ma importante dettaglio di riscoprire la dignità, il valore e il significato delle nostre istituzioni nazionali. E me lo domando a partire da una lettera dei docenti dell'I.C. Garofani che, desiderando legittimamente «comunicare alle istituzioni» del nostro paese il loro pensiero, intestano contraddittoriamente, speriamo non per altri motivi, la loro missiva ufficiale in questo modo: «All'ufficio scolastico regionale – Lombardia e p.c. dott. Faraone, dott.ssa Aprea, dott. Renzi, dott.ssa Giannini»: come se queste persone valessero per se stesse e non perché, pro tempore, sono chiamate a rappresentare una funzione istituzionale di garanzia del dialogo e del confronto che va tutelata e riconosciuta proprio per essere eventualmente migliorata. Se non c'è rispetto e riconoscimento su questi dettagli di forma si può immaginare quanto possano esistere su questioni ben più di sostanza. 

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