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SCUOLA/ Vietare il Natale, la strategia che ha già "suicidato" Francia e Gran Bretagna

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Rozzano non è Oxford. Anche la città accademica più celebre del mondo, nel 2008, decise, tuttavia, di non chiamare più il Natale col suo nome, ma con quello più neutro e astronomico di Festività Invernale della Luce. Forse anche ad Oxford, come a Rozzano, avevano previsto un concerto di canti natalizi quando il Natale era ormai un ricordo e quando, secondo il calendario cristiano, si sarebbe dovuta festeggiare sant'Agnese martire. L'oxoniense Festività Invernale della Luce avrebbe dovuto evitare di urtare l'acutissima suscettibilità di chi sarebbe stato infastidito dalla nascita del bambino Gesù, il Cristo per i cristiani. E soprattutto dalla storia degli effetti clamorosi suscitati da questo evento storico e spirituale. 

Ma anche in Inghilterra, come da noi, adesso, fortunatamente per il caso di Rozzano e per molti altri purtroppo simili, passati e presenti, i primi a reagire ad un'impostazione di questo genere sono stati i capi delle comunità ebraica e musulmana. Anche agli ebrei e ai musulmani, infatti, risulta evidente che cancellare il Natale cristiano significa mettere in discussione anche il valore dei propri simboli, delle proprie feste e della propria tradizione storica. E non assumere un atteggiamento di autentico pluralismo, ma soltanto di omogeneizzante fondamentalismo laicista indifferente alle identità personali che si fanno sempre, per forza di cose, anche storiche e sociali. 

Abolire il presepe, l'alberello o Santa Lucia per non urtare le sensibilità degli studenti non cristiani significa, insomma, non solo dichiarare di essere naufraghi che galleggiano in uno spazio anonimo e indistinto senza radici, ma anche negare che qualcun altro possa rivendicare le proprie identità e le proprie radici. Il fallimento conclamato del laicismo francese e del multiculturalismo inglese prima maniera, poi, però, solo faticosamente corretto, lo sta a dimostrare. 

Non si capisce, dunque, perché da noi debbano essere coltivate strade che sono già fallite altrove e che non hanno portato né all'inclusione né al dialogo, bensì alla disintegrazione sociale e alla montaliana  «bussola» che «va impazzita all'avventura» e al «calcolo dei dadi» che «più non torna». 

D'altra parte, se la Sura III 45-46 del Corano recita «E quando gli angeli dissero a Maria: O Maria, Dio t'annunzia la buona novella d'una Parola che viene da Lui, e il cui nome sarà il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio. Ed egli parlerà agli uomini dalla culla come un adulto, e sarà dei Buoni» perché non trasformare la festa del Natale in momento di condivisione spirituale, di partecipazione religiosa e di dialogo autentico, pur nella distinzione delle fedi, tra cristiani e musulmani? E perché non riproporre la stessa dinamica del confronto critico con altre tradizioni religiose diverse dalle nostre? 



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