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SCUOLA/ Prima di "fare gli americani" pensiamoci bene

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Da insegnante ho sempre desiderato che la scuola e il rapporto con noi adulti fosse per loro la possibilità di scoprire che essi non sono ciò che fanno, i loro gusti o le loro diagnosi. Sono persone. I am a person, dovrebbe essere un enunciato assoluto, il cui contenuto di consapevolezza la scuola dovrebbe nutrire, ma a cui si dovrebbero attaccare altre strutture sintattiche che l'inglese-americano rende parte nominale del predicato. Non esistono pizza-persons, soccer-persons, yellow-persons (giuro mi è successo anche con i colori…). Esistono persone. 

Allo stesso modo, quando predichiamo della scuola, occorre stare attenti al linguaggio che usiamo. Non esiste una scuola Microsoft o una scuola Apple. Così come, che il ministero si metta l'animo in pace, non esiste una scuola digitale. Esiste la scuola. Della scuola si predicano i contenuti, non gli strumenti. Per questo c'è il classico, lo scientifico, il professionale e via dicendo. Tutti questi aggettivi sostantivati predicano i contenuti della sostanza che è la scuola. 

Ricordo un amico, prima che partissi per gli Usa quattro anni fa, mi disse: "Vai a vedere quello che noi non dovremmo diventare". L'osservazione, non particolarmente ottimista, aveva del vero dalla sua. Vorrei allora offrire alcune esperienze che ho vissuto nel mondo dell'educazione, non solo per mettere in guardia il vecchio continente dalle derive tecnologicocratiche nel mondo della scuola, ma anche per trattar del ben ch'i' vi trovai.

(1 - continua)

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