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SCUOLA/ Quando Aristotele apparve in sogno al califfo al-Ma'mūn

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L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)  L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)

Facciamo un passo oltre: al verso 5 il filologo alessandrino Zenodoto credeva che il testo originale recasse la parola daita, a indicare che i cadaveri prodotti dall'ira di Achille erano diventati «pasto» per cani e avvoltoi. Aristarco dà torto a Zenodoto, e gli spiega che al tempo di Omero quel termine si usava solo per il pasto degli uomini, non degli animali. La filologia nasce così: riflettere criticamente sul testo del Poeta, chiedersi che cosa possa davvero aver scritto, interpretarlo storicamente. Alla base di tutto questo c'è un principio dirompente: e cioè che anche il testo di Omero, come ogni testo al mondo, è un prodotto umano, soggetto a errore, a mutazione nel tempo. Sono pronte le religioni ad applicare questo ovvio principio ai loro testi fondanti?

Il cristianesimo lo ha fatto la prima volta nel III secolo. Nel Vangelo di Matteo (27, 9) si cita un versetto «del profeta Geremia». Ma è sbagliato: quelle parole non sono di Geremia, ma di Zaccaria. Origene se ne accorse, e si chiese se non si trattasse di un «errore di scrittura». Era una rivoluzione: anche il Vangelo poteva sbagliare. In quello stesso vangelo la parabola del giovane ricco è diversa in un punto sensibile rispetto agli altri Sinottici. Origene dice ai suoi allievi: se sospetto che vi sia un errore mi giudicherete empio. Ma voi sapete che tra i manoscritti dei Vangeli c'è molta discrepanza. Dunque forse non sono empio io: forse c'è davvero un errore. Nasce la filologia biblica.

Le ortodossie di ogni tempo cercheranno ciclicamente di soffocare questi spiriti liberi (Origene stesso è stato avviato all'inferno), e la storia moderna dello studio filologico del Nuovo Testamento è costellata di anatemi, repressioni, esili, carcerazioni e condanne d'ogni sorta. Oggi però, dopo questi traumi (e pur con la rumorosa protesta di certe frange oltranziste), il principio della lettura filologica dei testi sacri è inestirpabile dal cristianesimo, ancorché la liceità della critica testuale applicata alla Bibbia sia stata ufficialmente riconosciuta dalla chiesa cattolica soltanto in piena seconda guerra mondiale, con Pio XII (Divino afflante spiritu, 30 settembre 1943). Anche il mondo ebraico, almeno nella sue forme più aperte e ragionevoli, riconosce questa legittimità, e l'edizione critica dell'Antico Testamento ebraico si avvale oggi di tutti i metodi sperimentati dalla filologia classica.

Nel mondo islamico la filologia, questa filologia, non pare ancora avere spazio. Un'edizione critica del Corano, che ha una storia redazionale quanto mai affascinante, che è stato per anni trasmesso solo oralmente e poi canonizzato da un altro califfo (il terzo: 'Uthman ibn ?Affan), è ancora una chimera. Ma soprattutto manca una tradizione consolidata di studi storico-critici, che disancori il testo dalla sua confessionale, immanente atemporalità e lo collochi nella storia. I primi vagiti di una lettura storico-critica dei testi normativi dell'islam sono recentissimi, flebili, e promanano per lo più dalle cattedre di arabistica delle università occidentali.



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