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SCUOLA/ Quando Aristotele apparve in sogno al califfo al-Ma'mūn

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L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)  L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)

Chi sottovaluta questi aspetti non intende che cosa possa significare, a partire dal testo fondativo, il riconoscimento dell'esercizio critico in tutti gli ambiti in cui agisce una religione.

Di qui un pensiero facile facile. Dopo l'attentato alle Torri Gemelle e con il secondo, funestissimo mandato di George W. Bush, la parola d'ordine dell'Occidente è stata una: «esportare la democrazia». Il fallimento, come tutti sanno, è stato totale. È ora di cambiare il prodotto. L'imperialistica economia occidentale provi a esportare un altro suo bene: la filologia. Provoca meno morti, e sulla distanza rende meglio.

Naturalmente, per esportare un bene all'esterno, occorre che sia ben curato all'interno. Occorre che ci creda chi lo esporta. Sia dunque questa la nuova parola d'ordine: importare, riportare, la filologia nelle nostre scuole. Liberare lo stucchevolissimo dibattito sull'opportunità di studiare il greco e il latino dai suoi ingombri più pretestuosi. Insegnare ai nostri studenti che imparare le lingue classiche significa ritornare alle fonti della libertà di pensiero. Tornare insomma a credere nel pensiero critico che Greci e Romani hanno insegnato al mondo: anche ai califfi del passato, nei loro notturni incontri con Aristotele.

Questo dovrebbe dire e fare chiunque parli (o blateri) delle nostre radici, della nostra identità, dei nostri valori. Perché la profezia è sicura: giorno verrà in cui dovremo esportare la filologia.

Non v'è altro millenarismo che siamo pronti a riconoscere. Dunque prepariamoci.



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