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SCUOLA/ Quando Aristotele apparve in sogno al califfo al-Ma'mūn

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L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)  L'ambasciata di Bisanzio accolta dal califfo Ma'mun nell'829 (Immagine da Wikipedia)

Il califfo al-Ma'mun ebbe un sogno: vide dinanzi a sé «un uomo dalla carnagione chiara, il colorito rossastro, la fronte spaziosa, le sopracciglia unite, gli occhi azzurro intenso». Stava «seduto in trono» e aveva «fattezze gentili». «Chi sei?», domandò il califfo. «Sono Aristotele». Al-Ma'mun è «felice di essere con lui», e subito lo interroga. «O filosofo, che cos'è il bene?». «Tutto ciò che è bene secondo l'intelletto». «E poi che cos'altro?» «Tutto ciò che è bene secondo la legge religiosa». «E poi che cos'altro?» «Tutto ciò che è bene secondo il popolo». Il califfo insiste: «E poi che cos'altro?» «Non c'è nient'altro». 

Il sogno risale al IX secolo: al-Ma'mun segnò una svolta nella centralizzazione del potere del califfato, e osò contendere ai Bizantini l'eredità dei Greci. I veri continuatori del magistero ellenico — sosteneva — non erano i cristiani, ma i musulmani, che infatti traducevano in massa le opere greche. Il sogno è costruito a tavolino (ne circolano anche altre versioni), ma il messaggio dell'élite islamica che lo ha concepito è chiaro: prima della legge religiosa, viene l'intelletto. E l'intelletto parla greco, nelle vesti di Aristotele.

In tutta evidenza, l'attuale sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha idee diverse. Né si direbbe che Aristotele visiti in sogno i seguaci dell'Isis che hanno fatto strage a Parigi. C'è un nesso che unisce l'un califfo all'altro? E che cosa potrebbe suggerire allo storico che abbia a cuore, per riprendere una formula mai troppo logora, le sorti della cultura occidentale?

Suggerisce una conclusione che non vuole essere provocatoria, ma fattuale. La strage di Parigi dovrebbe mostrare all'Occidente che il bene più prezioso della propria scuola è l'esercizio della ragion critica. E la critica, l'esercizio di un intelletto che stia sopra a tutto, anche alla legge religiosa, è la filologia. Filologia vuol dire che ogni testo, anche un testo autorevole fino alla «sacralità», può, e anzi deve, essere soggetto a esame, sottoposto a critica, interpretato storicamente. Sono stati i Greci a insegnarlo: applicandolo innanzitutto ai propri testi. Si prendano i primi cinque versi dell'Iliade. Si può immaginare un'opera più autorevole per un antico greco? Eppure Protagora notava che già nei primi due versi Omero aveva compiuto due errori: «canta, o dea, l'ira funesta del Pelide Achille». Innanzitutto a una dea non ci si rivolge con un imperativo («canta!»), cioè con un ordine: semmai con una preghiera. E poi la parola «ira» è femminile: mentre l'ira è un sentimento maschile. Noi possiamo anche sorridere di queste obiezioni (sorrideva anche Aristotele): e tuttavia la prima distinzione grammaticale dei generi dei sostantivi (maschile, femminile e neutro), così come la prima riflessione sui modi dei verbi (l'imperativo è diverso da un ottativo) nascono qui.



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