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SCUOLA/ 62 contro 63, perché la laurea non "serve" più?

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L'Italia non è un Paese di universitari. O forse lo è stato e potrebbe non esserlo più. Questo dicono i dati relativi agli indicatori sull'istruzione e la formazione contenuti nell'ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia (Rapporto Bes 2015, istat.it). 

In effetti l'indicatore che monitora il tasso di immatricolazione dei diplomati 2014/2015 è in diminuzione rispetto all'anno precedente passando dal 49,7% al 49,2%. E questo trend, se confermato negli anni che verranno, potrebbe voler dire che il già ridotto numero di laureati italiani (23,9% tra i 30-34 anni) continuerà a contrarsi facendo perdere ulteriore terreno, in termini di competitività e sviluppo, al nostro Paese rispetto alle altre nazioni d'Europa e del mondo. 

Quali le probabili cause di questa situazione? Due in particolare, strettamente correlate tra loro: le scarse risorse investite in istruzione nel nostro Paese (0,9% del Pil) e il progressivo ridimensionamento del vantaggio relativo della laurea ai fini di un impiego. Oggi, infatti, secondo l'ultimo rapporto "Education at a glance" dell'Ocse, il tasso di occupazione di chi ha intrapreso e concluso un percorso universitario è inferiore di un punto percentuale rispetto a chi ha solo il diploma (62% contro il 63%). 

E così i neodiplomati italiani, soprattutto in un periodo di crisi economica come quello attuale, decidono di riversare le proprie "fatiche" sulla ricerca della prima occupazione piuttosto che sulla preparazione del primo esame. In molti, forse in troppi, negli anni precedenti hanno investito nell'alta formazione rimanendo delusi. In tanti hanno visto infatti nel percorso universitario un "rifugio" per contrastare il ciclo economico (cresce infatti nell'ultimo anno la percentuale di 30-34enni che hanno conseguito un titolo universitario), ma in pochi hanno ottenuto il risultato sperato. Il "valore" dell'istruzione dunque, sia intesa come bene di consumo, sia  come bene d'investimento durevole, sembra si stia contraendo, con buona pace di Theodore Schultz che per primo, negli anni sessanta, introdusse il concetto di investimento in capitale umano. 

È vero, il recente rapporto Onu sull'andamento mondiale dell'indice di sviluppo umano ci colloca tra i primi 30 Paesi su 188, ma grazie al fatto che siamo il terzo paese al mondo per aspettativa di vita, non certo per il dato sul cosiddetto accesso alla conoscenza. 

Un'inversione di tendenza è obbligatoria ed urgente dunque. E le leve sulle quali questo necessario intervento deve poggiare sono diverse. In primis la famiglia, che ha la primaria responsabilità di trasferire il proprio capitale culturale e sociale ai futuri studenti. Poi ci sono gli insegnanti e la scuola più in generale. Spetta infatti a questi, pur se tra incertezze e difficoltà, insieme alle famiglie, migliorare le performance degli studenti e intervenire per consentire a tutti pari opportunità di accesso ai gradi superiori di formazione. È questo un punto molto delicato poiché i dati dicono che chi sceglie di intraprendere un percorso universitario post diploma proviene prevalentemente da famiglie dove i genitori hanno titoli di studio più elevati. 



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