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SCUOLA/ Meglio 110 fuori corso o 95 in corso? A Poletti risponda la Giannini

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La situazione prospettata è assai realistica: i giovani universitari italiani vivono poche esperienze lavorative durante gli studi. Nell'esempio proposto dal ministro sia il 110 che il 95 hanno iniziato a lavorare solo dopo il titolo e il vantaggio del secondo sta (solo) nell'avere iniziato prima e quindi avere più esperienza.

Molto diversa sarebbe la situazione nel caso uno dei due avesse integrato esperienze di formazione e lavoro durante gli studi. Costui avrebbe una marcia in più, in entrambi i possibili casi: 110 in ritardo a causa di rilevanti esperienze lavorative o in corso, ma con voto più basso (es. 95) perché condizionato dal tempo dedicato al lavoro. Entrambi questi profili sono molto più competitivi di quelli presentati in precedenza. E' ormai un ritornello frequente quello della importanza delle soft skills, delle competenze trasversali, del problem solving, del decision making eccetera. Se queste saranno le competenze sempre più ricercate nei lavoratori del futuro (quantomeno quelli high skilled) non si può pensare di farle emergere con l'apprendimento di nozioni e la lezione frontale d'aula: le competenze trasversali vanno allenate nell'esperienza, nella sperimentazione pratica di quanto si apprende teoricamente, nella situazione reale e, quindi, anche (se non soprattutto) nel e mediante il lavoro.

La sfida della nostra università è proprio questa: riuscire sempre di più a integrare teoria e pratica perché al termine degli studi i laureati siano occupabili in quanto integralmente formati (e non perché colmi di nozioni o addestrati a compiti specifici). Ora la domanda è per la collega di Poletti: la nostra università è capace di vincere questa sfida?

 

@EMassagli



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