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UNIVERSITA'/ Studenti sì, laureati no: la "sfiducia" che azzoppa l'Italia

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Da un disegno di Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)  Da un disegno di Leonardo Da Vinci (Immagine dal web)

Eppure, anche la presenza di questi tre elementi nuovi non può essere affrontata reattivamente, schiacciandosi cioè sui ranking, depauperando la didattica in aula per la fruibilità online, o adottando l'inglese acriticamente anche quando non è necessario o non si hanno ancora le competenze. Passaggi affrettati rischiano di fare perdere l'idea che dovrebbe sottostare anche oggi allo studio universitario. Sottolineava infatti Faldi come, nonostante l'università di oggi tenda a diventare un grande istituto professionale, dove si forniscono conoscenze professionalizzanti tramite questo o quel percorso, sia decisivo non dimenticare due elementi: da un lato che un cammino accademico "vincente" non può essere pensato come esclusivamente formativo (nel senso di accumulare conoscenze/competenze), ma deve avere in sé una dimensione educativa, dall'altro che l'università vive di ambienti dedicati all'apprendimento (learning evironments), che devono essere adeguati anche al momento storico, cosa che in Italia è vera purtroppo solo in un numero limitato di casi. Non bisogna però perdere di vista il fatto — continuava Faldi — che quello che realmente fa la differenza è il soggetto-studente che si mette in gioco e cerca per sé opportunità che rendano il percorso originale e adeguato rispetto a ciò che interessa veramente. 

Durante il dibattito con gli studenti in sala è emerso come molti studenti arrivino però purtroppo a scegliere i loro percorsi in gran parte usando un criterio mutuato da media, famiglia e amici, cioè per "massimizzare" il risultato rispetto al risultato — ovverosia scegliendo l'università in base alla sicurezza del posto di lavoro —, senza impegnarsi realmente con ciò che interessa, senza cioè mettersi alla prova fino in fondo nel percorso che li porta alla laurea. Eppure, paradossalmente, non è importante stabilire se questo o quel criterio siano astrattamente uno migliore dell'altro, diceva Agasisti: quello che è importante è che con il criterio scelto ci si impegni fino in fondo, senza passivamente "lasciarsi trascinare" fino alla laurea.

Da questo punto di vista, la questione del criterio di scelta diventa dunque un punto rilevante e sintetico del modo con cui si vive l'università e riapre la domanda sui numeri in calo dei laureati italiani: da un lato meno gente va all'università perché pensa che non serva per l'ingresso nel mondo del lavoro, dall'altro moltissimi studenti si adeguano passivamente a qualsiasi impostazione didattica perché questo serve per arrivare in fondo e poi andare a lavorare. Verrebbe da dire: automi i primi, automi i secondi. Eppure dedicare gli anni dell'inizio della vita adulta con un atteggiamento curioso e "in cerca" è ciò che li rende veramente "formativi" e fa del cammino alla laurea una possibilità bella ed entusiasmante. 

Cosa potrebbe permettere una ripresa in tal senso? Che gli studenti siano spinti a un confronto vero e leale rispetto ai criteri che adottano quando scelgono. Ma questa dovrebbe essere responsabilità prima (della famiglia e) della scuola al momento della scelta, poi dell'università, che dovrebbe curare i suoi fruitori in modo intelligente e personalizzato, costringendoli a un confronto vero sui loro percorsi. Per quello che vediamo, il tema dell'orientamento, inteso in senso ampio e interessante tutto il cammino formativo, sta logicamente alla base di ogni possibile sviluppo futuro dell'offerta accademica italiana.



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COMMENTI
09/12/2015 - Giusto, ma... (Giovanni Salmeri)

Osservazioni sagge e in gran parte condivisibili. Forse sarebbero un po' più complete se si tenesse conto dell'altro fatto messo in luce dalle recenti statistiche, e cioè che l'Università italiana è drammaticamente sottofinanziata: gli studi delle Facoltà negli ultimi anni si sono svuotati come e più delle aule, gli stessi fondi per assicurare la vita accademica ordinaria sempre più si devono conquistare con una lotta di tutti contro tutti, eccetera. Non parliamo poi delle borse di studio per i «capaci e meritevoli» e dello scandalo di studenti «vincitori» ai quali però non viene corrisposto nulla. Dall'altra parte c'è anche una continua propaganda (basta guardare i titoli di alcuni giornali) che malgrado *tutti* i dati contrari continua ad affermare che studiare all'Università «non conviene». Oltre che subire tutto questo, chi lavora all'Università non vorrebbe anche essere costretto a riconoscersene colpevole.

RISPOSTA:

Il tema del finanziamento volutamente non è stato toccato, proprio perché gli spunti arrivavano da una serata nella quale non si voleva fare la disamina di tutto il mondo universitario, ma introdurre gli studenti presenti in modo dialogico a questioni di fondo relative al come vivere l'università stando attenti alle opportunità che offre, dentro il problematico contesto presente. Detto questo, se prendiamo il punto che sommessamente propongo alla fine, e che semplicemente è frutto della mia osservazione dalla posizione privilegiata che ho come direttore di un collegio universitario di merito, è chiaro che meriterebbe un investimento non irrilevante. In America, come scrivevo in un articolo sempre su queste pagine in agosto, da più di un secolo dedicano ingenti risorse professionali agli 'students affairs', segno che ne riconoscono il valore e sanno che sviluppare una capacità in questo campo rende importante la formazione che si può dare agli studenti. Perciò sono d'accordo con il commento, con la postilla che non basta aumentare i fondi -o comunque fare in modo di farne arrivare di nuovi attraverso rapporti con il mondo produttivo- se non si pensa prima a come spenderli. NS