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SCUOLA/ Inglese vs italiano? L'omologazione è in agguato (per entrambi)

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Paolo Villaggio è Sergio Colombo in "Io no spik inglish" (1995) (Immagine dal web)  Paolo Villaggio è Sergio Colombo in "Io no spik inglish" (1995) (Immagine dal web)

Da una parte, le generazioni più giovani hanno una confidenza sempre maggiore con la lingua: studiano inglese a scuola per oltre dieci anni, e qualcosa in testa rimane; viaggiano di più all'estero e fanno amicizie comunicando in inglese; a casa, hanno facile accesso a testi scritti od orali in inglese autentico. Dall'altra, gli adulti hanno sempre più bisogno dell'inglese per lavorare e fare affari; la necessità fa imparare la lingua anche a chi, per abitudine, non vi è incline. 

Nelle università però avviene anche altro. Sembra farsi strada la rinuncia alla lingua della comunità "locale" in favore di una lingua"internazionale" che è un gergo comune a chi abita nei "piani alti" della società della conoscenza. Peraltro, l'uso dell'inglese favorirebbe la in-groupness, la solidarietà di gruppo, che tende a escludere gli "altri". L'esito sarebbe la formazione di uno strato socio-culturale "inter-nazionale", che si porrebbe (non intenzionalmente) quasi in contrasto, anche culturale, con il resto delle rispettive comunità nazionali, ritenute "pigre" e incapaci di reggere al ritmo della storia. 

In Italia, l'impresa è appena avviata e ha suscitato reazioni che altrove non si sono viste. La Consulta è chiamata a pronunciarsi sull'ipotesi di violazione della Carta costituzionale, nel caso tanto dibattuto delle lauree magistrali "inglesi" nel Politecnico meneghino. Si vedrà. Le università vogliono attirare studenti dall'estero; agli studenti si offre l'inglese come un "plus" che dia loro un orizzonte professionale più ampio. Ma è così?

L'uso dell'inglese nella didattica universitaria fa discutere non soltanto in Italia. Sotto l'Epifania, la Frankfurter Rundschau ha pubblicato un'intervista al vicepresidente del Bundestag tedesco, Johannes Singhammer. Il parlamentare, che fa parte della Csu ("Unione cristiano-sociale", la Dc bavarese), ha osservato che nelle università tedesche «ci sono lauree magistrali che si tengono solo in inglese. È una scelta sbagliata», tanto più che «la Germania spende milioni per consentire a studenti stranieri di apprendere il tedesco affinché possano studiare nelle università della Repubblica Federale. Costoro poi vengono qui e si rendono conto che è stato del tutto inutile studiare tedesco e avrebbero fatto meglio a dedicarsi all'inglese» (cito dal resoconto della Augsburger Allgemeine, 7 gennaio).

I fautori dell'inglese avrebbero avuto buon gioco a liquidare queste dichiarazioni come espressione di un punto di vista conservatore tipico dei politici bavaresi (ma a Monaco i meno giovani ricordano ancora oggi la conoscenza perfetta del latino che il grande Franz-Joseph Strauß sfoggiava nei comizi, per farsi beffe degli avversari ignorantelli). Senonché a sostenere le posizioni di Singhammer è intervenuto Martin Stratmann, presidente della Società Max Planck, cui fanno capo alcuni dei più illustri istituti di ricerca mondiali. Egli ha ribadito la necessità di far sì che gli studenti stranieri raggiungano solide competenze di tedesco, poiché una cattiva conoscenza della lingua è «un ostacolo al loro inserimento nel mercato del lavoro» in Germania (cfr. www.focus.de). In altre parole, la conoscenza dell'inglese è necessaria, ma non sufficiente: non può sostituire la conoscenza della lingua nazionale.



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