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SCUOLA/ Inglese vs italiano? L'omologazione è in agguato (per entrambi)

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Paolo Villaggio è Sergio Colombo in "Io no spik inglish" (1995) (Immagine dal web)  Paolo Villaggio è Sergio Colombo in "Io no spik inglish" (1995) (Immagine dal web)

Uno spettro si aggira per le università europee — è lo spettro dell'inglese. Più precisamente, è un repertorio di espressioni inglesi che sono riprodotte variamente da docenti, studenti e figure intermedie durante le lezioni tenute nei corsi di laurea, per lo più di grado superiore. A seconda della materia, cambiano i termini tecnici; a seconda dei parlanti, mutano le pronunce e le intonazioni del discorso. Pare che gli studenti a volte non capiscano quel che il docente dice: a volte perché non sanno bene la lingua; altre volte, perché il docente ha un "inglese" tutto suo. Poiché senza corsi "in inglese" (?) si è out, il trend è in ascesa. Senza "inglese" non vi è salvezza. In attesa del cinese.

Nei decenni del secondo Novecento, la vittoria — politica, economica e culturale — dell'Impero Americano d'Occidente ha diffuso forme inglesi nel mondo non anglofono. Queste servono a chi parli altre lingue e abbia bisogno di comunicare in ambiti circoscritti per raggiungere risultati con poca fatica. Dall'inglese, lingua pluricentrica (britannica, americana ecc.), si è sviluppato uno strumento passepartout, che gli anglofoni madrelingua non sempre comprendono. Il newspeak così prodotto è una specie di "pongo", che varia a seconda delle tradizioni culturali e linguistiche in cui hanno radici gli individui che lo usano. Avviene che "the theoretical problem" in bocca a un intellettuale parigino diventi "zé seoreticàl problèm": per capire, occorre un corso introduttivo all'inglese dei francesi. Del pari, non è subito chiaro — a un pubblico internazionale — che cosa intenda un italiano quando dice "menàggement", "mènager", "pèrformance", "rèport", "reposìtory" e persino "long laif lèrning" (uno straniero potrebbe fare ipotesi sulla longevità degli italiani). Queste espressioni deformate costituiscono la "cifra" dell'inglese "ristretto" usato da molti italiani poco abituati alle lingue straniere.

Con qualche eccezione, la classe dirigente italiana, che esige la "internazionalizzazione" di scuole e università, non fa poi gran figura quando, all'estero, deve lasciare l'italiano e comunicare servendosi di un altro idioma. In Italia si riproducono le parole d'ordine elaborate ai piani alti delle autorità di Bruxelles. Ma le classi dirigenti dell'Europa centro-settentrionale hanno dimestichezza con l'inglese, perché in gran parte hanno come lingua madre un idioma germanico (tedesco, fiammingo, olandese, danese, svedese) che dell'inglese è parente. L'Europa romanza, invece, ha maggiori difficoltà: chi è di madrelingua italiana o francese, spagnola o portoghese, fatica di più a dominare l'inglese. 

Peraltro, in Italia la competenza — almeno nell'inglese globalizzato — è aumentata negli ultimi anni, anche perché — con la rivoluzione digitale — l'anglicizzazione socio-culturale è molto cresciuta e, dopo la fine del socialismo reale e la vittoria del capitalismo occidentale, l'economia e la finanza internazionale parlano inglese. 



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