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SCUOLA/ Una maestra: caro presidente (Renzi), dobbiamo poter essere licenziati

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E con questo ho già espresso due desideri riguardo alla la scuola in cui mi piacerebbe lavorare in questi ultimi anni da maestra; come nelle più belle favole me ne spetta un terzo.

Forse sono particolarmente sfortunata, ma sto incontrando sempre più docenti che non hanno idea di cosa insegnare e come farlo. Durante la scuola primaria, l'esperienza spontanea della conoscenza del reale che il bambino porta con sé, deve essere guidata per diventare consapevole; le materie sono affrontate in ambito interdisciplinare. Questo richiede una profonda conoscenza dei contenuti per poterne intrecciare i nessi.

Oggi tutti devono conseguire una laurea per insegnare, ma la frequenza universitaria non garantisce proprio nulla, anzi… Università di fama, corso di specializzazione per il sostegno nella scuola primaria: sono istituiti i laboratori per la didattica della matematica ma non sono programmate lezioni di matematica! Gli studenti/docenti si esercitano (laboratorio) su come insegnare… cosa? Nessuno verifica che ci siano le competenze della materia!

E, una volta entrati in classe, non c'è alcuna ulteriore verifica: la competenza dell'insegnante è per sempre sancita dalla illincenziabilità!

Vorrei che tutti noi insegnanti potessimo avere una formazione adeguata e valutabile (nel senso etimologico di "dare valore").

Caro presidente, non so davvero cosa comporti esaudire i miei tre desideri in termini di: soldi, posti di lavoro, revisione dei percorsi universitari, consenso popolare… sono in trincea con i miei alunni, e spero.



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COMMENTI
26/02/2015 - Preparare bene prima NON licenziare dopo (Vincenzo Pascuzzi)

In felicissimo il titolo, risulta bumerang per chi sostiene la scuola-azienda, il preside-manager, merito-crazia o merito-mania, concorrenza agonistica fra scuole, ecc. Condivido le critiche relative a lauree e corsi teorici per insegnare organizzati da università, al di fuori della realtà delle classi e magari tenuti da chi MAI ha insegnato in una classe. Il rimedio però non può essere a valle e traumatico (anche per i ragazzi) con i licenziamenti. Vanno strutturati diversamente i percorsi per accedere alla professione. Trovo pertinente e utile il riferimento alla situazione dei ragazzi con il tempo scuola di 40 ore (8 ore x 5 giorni). Forse situazione più critica è quella degli adolescenti (da 11 anni in su) che rimangono soli in casa il pomeriggio perché entrambi i genitori lavorano. Nel 2012 avevo scritto un nota “Scuola, lavoro, famiglia: gli orfani di giorno” (reperibile in rete) con riferimenti sia bibliografici (Margherita Oggero “orgoglio di classe”) sia realmente vissuti. Bisogna occuparsene, anche se i governi recenti perseguono tutti il risparmio a breve termine temporale e che risulterà spreco sui tempi medio-lunghi. Novantadue anni fa, il 10 marzo 1923, veniva approvata la giornata lavorativa di 8 ore, certamente un progresso per allora, ma che si riferiva essenzialmente al lavoro esterno maschile e a famiglia mono-reddito. È passato quasi un secolo e bisogna pensare a una riduzione generalizzata dell’orario del lavoro dipendente esterno.