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SCUOLA/ Il "mentore" di Renzi e Faraone? Non funziona, ecco perché

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Davide Faraone, sottosegretario all'Istruzione (Infophoto)  Davide Faraone, sottosegretario all'Istruzione (Infophoto)

Per i docenti, cioè, lo sviluppo professionale deve avere luogo attraverso processi di interazione progressivamente sempre più complessa con le persone, gli oggetti e i simboli che si trovano nel loro ambiente esterno immediato, nella fattispecie la scuola e la classe. 

Ma i processi prossimali richiamano altresì la necessità di una figura che promuova, sostenga e supporti tale sviluppo: per l'appunto, il mentore. 

Nel documento "La Buona Scuola" il mentore fa parte del Nucleo di valutazione, quindi è chiamato a esprimere una valutazione esplicita dei docenti. Egli "segue per la scuola la valutazione, coordina l'attività di formazione degli altri docenti, sovraintende alla formazione dei colleghi, accompagna il percorso dei tirocinanti, in generale aiuta il preside e la scuola nei compiti più delicati legati alla valorizzazione delle risorse umane nell'ambito della didattica". Si presenta quindi come componente dell'organizzazione scolastica e viene scelto "tra i docenti che per tre anni consecutivi saranno stati premiati con lo scatto stipendiale". 

Siamo abbastanza lontani dal modo con cui, nella ricerca educativa internazionale, si definisce il ruolo e la figura del mentore. 

La definizione più completa è quella di un individuo in possesso di un'esperienza più profonda, che intende condividere le conoscenze di cui dispone con un altro individuo in possesso di un'esperienza inferiore, all'interno di una relazione fondata sulla fiducia reciproca. Egli comprende in sé le caratteristiche del genitore e del pari. Non necessariamente interviene in una relazione 1:1; il suo intervento è altrettanto efficace se indirizzato a un gruppo.

Uno degli studiosi che maggiormente si è occupato di sviluppo professionale, Huberman, attribuisce al mentore quattro ruoli finalizzati al sostegno della formazione:

1. il ruolo di catalizzatore, che consiste nel far emergere la motivazione al tipo di lavoro da svolgere e far acquisire un'identità, unificando e coordinando le risorse per conseguire un obiettivo condiviso;

2. il ruolo di facilitatore, finalizzato a sostenere l'autodeterminazione del gruppo e a sostenere il gruppo nelle operazioni di analisi dei bisogni e nelle decisioni collettive;

3. il ruolo di consigliere tecnico, che offre le proprie competenze e propone soluzioni, non permettendo che venga perso di vista l'obiettivo di partenza,

4. il ruolo di documentarista e reperitore di risorse, capace di fornire indicazioni, bibliografie, materiali. 

Gli effetti del suo intervento si misurano pertanto in rapporto al clima che si crea, al grado di soddisfazione, alla deontologia, alle prestazioni professionali. Siamo molto lontani dall'espressione di una formale valutazione, tant'è vero che gli individui affidati al mentore vengono denominati "protégés", cioè i "protetti", a indicare coloro che ricevono supporto e protezione attraverso attività di osservazione, guida e indirizzo ma anche di ascolto, incoraggiamento, chiarificazione, sostegno.



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COMMENTI
06/02/2015 - Ahi, il liceo classico (Giorgio Israel)

Con buona pace, Mentore (in italiano) era l'amico di Ulisse e maestro del figlio suo Telemaco. Dal greco Mentor, e identicamente in latino Mentor. L'inglese non c'entra nulla e viene buon ultimo. Vogliamo spazzare via il legame con le lingue classiche persino quando se ne ricorda Faraone?

 
06/02/2015 - una visione semplificata, riduttiva (enrico maranzana)

E’ proprio vero: a scuola le parole sono utilizzate in termini nominalistici, il loro significato è stravolto e la loro valenza sterilizzata. Una superficialità che vizia anche questo scritto. Si consideri l’asserzione: il mentore “si presenta come membro dell’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA”. Il legislatore ha riconosciuto la dimensione del problema educativo e ha abbattuto la corrispondente complessità scomponendolo in sottoproblemi. Per ognuno di essi ha individuato un soggetto cui affidare il relativo trattamento. Di conseguenza l’affermazione “Il mentore non valuta, ma agisce all’interno di una cornice generale che è quella della supervisione” specifica le precedenze: prima si definisce la struttura decisionale e, solo dopo, si possono esplicitare le responsabilità individuali. Una corretta circoscrizione dell’ambito generativo del problema avrebbe fatto risaltare come questo scritto, il sentire comune e LA BUONA SCUOLA abbiano rifiutato di abbandonare l’inefficace modello organizzativo lineare. Anche la frase “intende condividere le CONOSCENZE di cui dispone” deve essere interpretata. La contestualità del significato delle parole è nota: l’istituzione scuola è orientata alla promozione dell’apprendimento (capacità e competenze) “PER MEZZO di conoscenze e abilità”. Ecco il busillis: la fissità, l’indisponibilità alla dilatazione dell’immagine delle discipline impedisce il loro arricchimento con i problemi che ne hanno scandito l’evoluzione e con i relativi metodi di ricerca.