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SCUOLA/ Il "mentore" di Renzi e Faraone? Non funziona, ecco perché

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Davide Faraone, sottosegretario all'Istruzione (Infophoto)  Davide Faraone, sottosegretario all'Istruzione (Infophoto)

L'utilizzo esclusivamente nominalistico di termini che invece dal punto di vista scientifico presentano significati specifici e che proprio per questo diventano indicatori di cambiamenti reali è da sempre un aspetto che caratterizza molti dei documenti sulla scuola. 

Il documento "La Buona Scuola" non sfugge a questa regola e ciò accade in particolare in riferimento all'espressione "sviluppo professionale" e al termine "mentor" (utilizzato, chissà perché, in inglese anziché nell'italiano "mentore"). 

Del resto nel documento il problema della formazione in servizio dei docenti viene pressoché   totalmente trascurato e si ha anzi l'impressione che esso venga lasciato ancora alla libera scelta degli individui. Lo stesso sistema degli scatti di competenza, non correlati all'acquisizione esplicita di crediti professionali e di qualificazioni anche formali, induce a tale dubbio. E' in ogni caso comunque grave che lo sviluppo professionale, la formazione in servizio e l'aggiornamento vengano ritenuti semplicemente tre modi diversi per definire, nel corso del tempo, le stesse situazioni, per cui, secondo gli estensori del documento, "i limiti sono rimasti gli stessi". 

Se invece si ritiene che i termini debbano corrispondere a significati ben precisi, non si può non rammentare che l'aggiornamento (inteso per l'appunto come "messa a giorno", cioè processo necessario per rivedere e incrementare le proprie conoscenze) debba accompagnare tutti i docenti. Ogni disciplina insegnata, infatti, subisce continuamente revisioni e ampliamenti, è oggetto di nuove scoperte che non possono essere ignorate da chi lavora in una scuola. Se per alcune discipline la necessità di aggiornamenti continui è più sentita (si pensi ad esempio alla biologia e alla fisica), ciò non toglie che anche discipline apparentemente più statiche subiscano mutamenti che devono entrare a far parte del patrimonio di conoscenze di un docente.

Quanto alla formazione in servizio, essa si distingue dalla formazione iniziale e interviene parallelamente al lavoro in classe. Quindi da un lato richiama una dimensione temporale, dall'altra sottolinea la necessità di continuare per l'intera vita professionale ad acquisire competenze da spendere sul campo, cioè nella scuola. 

Lo sviluppo professionale, infine, richiama la dimensione del cambiamento e rimanda a uno specifico approccio psicologico denominato del "ciclo di vita". Il richiamo esplicito allo sviluppo non soltanto dovrebbe evidenziare come siano in gioco processi incrementali che riguardano in pari misura le conoscenze, le abilità e le capacità, ma soprattutto dovrebbe sottolineare la necessità di un rapporto costante con i contesti attuali in cui i docenti si trovano e che si identificano con le classi scolastiche nelle quali concretamente essi agiscono ogni giorno. 

Parlare di sviluppo professionale significa quindi andare oltre il semplice intervento di esperti esterni e superare non soltanto le modalità trasmissive ma anche le tecniche esperienziali di formazione, per accentuare invece quella che in psicologia si chiama "dimensione prossimale".



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COMMENTI
06/02/2015 - Ahi, il liceo classico (Giorgio Israel)

Con buona pace, Mentore (in italiano) era l'amico di Ulisse e maestro del figlio suo Telemaco. Dal greco Mentor, e identicamente in latino Mentor. L'inglese non c'entra nulla e viene buon ultimo. Vogliamo spazzare via il legame con le lingue classiche persino quando se ne ricorda Faraone?

 
06/02/2015 - una visione semplificata, riduttiva (enrico maranzana)

E’ proprio vero: a scuola le parole sono utilizzate in termini nominalistici, il loro significato è stravolto e la loro valenza sterilizzata. Una superficialità che vizia anche questo scritto. Si consideri l’asserzione: il mentore “si presenta come membro dell’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA”. Il legislatore ha riconosciuto la dimensione del problema educativo e ha abbattuto la corrispondente complessità scomponendolo in sottoproblemi. Per ognuno di essi ha individuato un soggetto cui affidare il relativo trattamento. Di conseguenza l’affermazione “Il mentore non valuta, ma agisce all’interno di una cornice generale che è quella della supervisione” specifica le precedenze: prima si definisce la struttura decisionale e, solo dopo, si possono esplicitare le responsabilità individuali. Una corretta circoscrizione dell’ambito generativo del problema avrebbe fatto risaltare come questo scritto, il sentire comune e LA BUONA SCUOLA abbiano rifiutato di abbandonare l’inefficace modello organizzativo lineare. Anche la frase “intende condividere le CONOSCENZE di cui dispone” deve essere interpretata. La contestualità del significato delle parole è nota: l’istituzione scuola è orientata alla promozione dell’apprendimento (capacità e competenze) “PER MEZZO di conoscenze e abilità”. Ecco il busillis: la fissità, l’indisponibilità alla dilatazione dell’immagine delle discipline impedisce il loro arricchimento con i problemi che ne hanno scandito l’evoluzione e con i relativi metodi di ricerca.