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SCUOLA/ Insegnare letteratura? Due "estremi" da evitare

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È sempre un obiettivo didattico stimolante riuscire a presentare con intelligenza la letteratura italiana al liceo. L'aspetto più impegnativo consiste nell'offrire agli studenti un approccio equilibrato rispetto a due poli. Da un lato, l'incontro con l'oggetto proprio della disciplina: è troppo facile fare grandi discorsi su autori, epoche e quant'altro, senza però trasmettere una reale conoscenza linguistica dei testi. Un autentico studio letterario deve fornire innanzitutto gli strumenti tecnici, precisi, per accostare un brano. D'altro lato, una genuina comprensione si dà solo quando il testo parla a noi lettori, oggi, rendendo presente ai nostri occhi il contenuto di verità che esso custodisce, cioè il nesso con noi. Un'analisi tutta formale, volta alla mera scomposizione del testo, lascia lo studente forse più erudito, ma per nulla più intelligente rispetto a quel che legge.

Poche settimane fa mi è capitata un'interessante esperienza didattica, grazie alla quale ho constatato di nuovo che è possibile armonizzare i due estremi da cui si origina il vero incontro scolastico con la letteratura. All'interno del percorso su Dante Alighieri, ho letto con una classe il celebre sonetto Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io, nel quale il giovane autore si augura di poter trascorrere un soggiorno incantato su una magica imbarcazione in compagnia dei suoi due migliori amici e delle rispettive amate. Conclusa l'analisi testuale, ho lasciato come compito agli studenti di riflettere sull'idea di amicizia contenuta in quel testo, cercando di individuarne eventuali pregi e difetti. 

Alla lezione successiva, in più d'uno ha osservato, in positivo, che Dante esprime un forte desiderio di unione con i suoi amici. Su questo tutti erano d'accordo: un'amicizia sussiste perché ci sta a cuore qualcuno, col quale abbiamo stabilito un reciproco legame di affetto. Quanto ai difetti, mi è stato risposto che l'ideale di quel sonetto è di rinchiudersi in un gruppo, tagliando fuori il resto del mondo: "Come se io stessi con le mie amiche e non sapessi più nulla di quello che sta succedendo nel mondo", ha detto un'alunna.

A questo punto mi è tornato alla mente il detto di Antoine de Saint-Exupéry: "Essere amici non significa affatto guardarsi l'un l'altro, ma guardare insieme nella stessa direzione". Ho così proposto la frase come alternativa all'amicizia tratteggiata nel sonetto; si è reso evidente che l'autore del Piccolo principe intende l'amicizia come fondata su uno scopo comune, e che questo è un obiettivo da raggiungere, fuori di sé. Non è stato difficile far emergere esempi: dall'allenamento sportivo in squadra per vincere una gara, all'aiuto nello studio per superare una verifica.



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