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SCUOLA/ Il Tfa? Studiare, aspettare, sperare e pagare

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Del quiz? Sì, ci sarà, come per i presidi, una sorta di pre-esame, una scrematura, una trebbiatura veloce, cari professionisti dell'educazione, cari agricoltori delle giovani menti del futuro. E sia. Qualche giorno prima della fatidica data, sappiamo la fatidica data: su cosa verremo selezionati? Su tutto, si vedrà. Migliaia di cervelli si spostano dalle loro stanze con auto, treni, metro e aeroplani e atterrano su un banco di una scuola grande come una provincia italiana e si trovano a fare i conti con una sorta di prova Invalsi a quattro corsie in cui non puoi prendere nemmeno una sbandata. 

Noi siamo i perfetti che salveremo il Paese, ci mancherebbe che non sapessimo riconoscere al volo, tra quattro versi diversi, l'autore minore del Seicento che tanto fuoco versò nei suoi versi. Noi siamo i giovani creativi sui quali conta il Paese: mica come quelli svizzeri o tedeschi che hanno esami e programmi e certezze, noi andiamo baldanzosi incontro alle improvvisazioni. E se riusciremo a sopravvivere, otterremo la gloria. O l'abilitazione.

Facciamo finta, però, che io sono bravo davvero. O che ho la solita fortuna e lo passo, questo grande snodo della vita,  il signornonsochi dell'ufficiononsoquale ha avuto premura di comunicarlo attraverso le pagine digitali: siamo o non siamo la generazione web? Bene, adesso tocca al resto, esame vero, mica quiz o controquiz: scritto più orale e poi via ai corsi. Solite domande: dove? Come? Quando? Su che cosa? Quisquilie, noi intanto studiamo. Io in particolare anche il latino perché di esami ne avrò due, appunto: italiano nelle medie e negli istituti superiori; italiano e latino nei licei. E così tutte le incertezze raddoppiano. Racconterò però qui una volta soltanto, facendo finta che voi, leggendo, possiate moltiplicare per due ogni cosa che racconto. Ma a fine ottobre ci dicono che a metà novembre c'è l'esame, così uno si rincuora e si dà forza: pochi giorni per dare fondo allo studio di tutto quello che pochi giorni prima ci avevano consegnato con un programma che nemmeno wikipedia lo tiene dentro tutto. 

Questa volta lo scritto si scrive in un'aula dell'università: domande su iperbole e qualche altra figura retorica; quattro versi di un sonetto sconosciuto da attribuire a chissàqualegrandepoeta; dettagli sull'abito di Carlo V durante la sua visita chissàdove; in latino addirittura una versione da Cicerone, meno male, da svolgere però senza vocabolario, perché si sa che chi lavora nel circo lavora senza rete, in bilico sul filo nel vuoto. Mi vengono in mente i volti dei ragazzi che ho lasciato a giugno: perché hanno pianto quando sono andato via? Forse perché ho spiegato loro l'ipallage? Certo, ho spiegato anche quella, ma avevo degli occhi sparati nei loro e cercavo di capire dove li avrei portati con quella lettura, ben oltre il muro di metonimie, similitudini e altro. 



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