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SCUOLA/ In ansia per la matematica? Il rimedio è un "sentimento"…

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Alla lavagna, tanti anni fa (Foto archivio Indire)  Alla lavagna, tanti anni fa (Foto archivio Indire)

Ho sempre rilevato una stretta correlazione tra la modalità di insegnamento e l'ansia degli studenti. In generale, lo studente ha un'autostima matematica "sotto le scarpe" dovuta alla sua "storia scolastica", ai voti negativi o non particolarmente positivi ricevuti, a un rapporto difficile con l'insegnante, a un'idea di rigidità e di rigore della disciplina che non permette la creatività (per fare solo un esempio, penso a tutte le volte che sento: "I dati vanno scritti in alto a destra, in blu, in rosso, in verde…), a una difficoltà intrinseca della matematica che per natura è difficile… 

La questione decisiva è che un rapporto con la disciplina è possibile se si entra in rapporto con chi già lo vive e desidera mostrarlo. Sarò ripetitivo, ma sto parlando di un maestro, ovvero un uomo con tre passioni: per sé, per la materia che insegna, per gli altri (studenti, docenti o genitori che siano). "La passione da sola non basta" dirà certamente qualcuno, ma per esperienza ritengo che difficilmente un uomo veramente appassionato non sappia trovare una breccia per aprire un varco comunicativo, una scintilla per accendere un fuoco. Un maestro conosce i motivi per cui quel giorno a quell'ora tratterà quell'argomento e sa anche cambiare rotta lasciandosi "educare" (nel senso etimologico del termine) dai suoi allievi. Un maestro non è schiavo del programma, dell'Invalsi, del genitore invadente, ma è libero di educare attraverso quel pezzetto di realtà che gli è dato.

Un maestro sa che "sbagliando s'impara" e deve insegnarlo ai suoi studenti: se uno sbaglia non deve ricominciare da capo, magari strappando la pagina o tirando una riga, ma deve ripartire dall'errore, imparando da esso.  Dice il grande matematico Federigo Enriques nel suo Il significato della storia del pensiero scientifico(Zanichelli, 1936): "Soltanto un ragioniere, che svolge semplici calcoli sopra i numeri, potrebbe ridurre l'errore alla distrazione della mente stanca. Il Maestro sa che la comprensione degli errori dei suoi allievi è la cosa più importante della sua arte didattica […] sono esperienze didattiche che egli persegue, incoraggiando l'allievo a scoprire da sé la difficoltà che si oppone al retto giudizio, e perciò anche ad errare per imparare a correggersi. Tante specie di errori possibili sono altrettante occasioni di apprendere". Il matematico ungherese George Polya, parlando di uno studente che aveva commesso un errore nell'ultima riga di un lungo calcolo, suggerisce un possibile approccio didattico: "Se io dicessi subito: 'Questo è sbagliato' lo studente potrebbe offendersi e quindi non ascoltare più quello che potrei dire in seguito. […] Preferisco rifare il calcolo con lo studente riga per riga e arrivati all'ultima: "ora che ne pensi di questa riga?". L'errore è in quella riga e se lo studente lo scopre da solo ha un'occasione di imparare qualche cosa.



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