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SCUOLA/ Corsi Clil, a chi giova emarginare le paritarie?

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Forse non è la strada giusta, ma è l'unica praticabile: in qualche modo, va recuperato il ritardo che noi italiani abbiamo rispetto alla maggior parte dei paesi europei. Capisco tutte le prese di posizione, anche ideologiche, per la difesa dell'italiano, e in ogni caso del plurilinguismo, e in buona misura le condivido. Ma queste non devono chiuderci gli occhi di fronte al nostro "analfabetismo" nel confronto internazionale — una carenza che ci svantaggia, e molto, in quasi tutti i campi. Se tutti padroneggiassimo di più l'inglese, non lo vedremmo come un "ammazza-italiano"… 

Quali sono le sue impressioni da questo punto di vista?
Noto piuttosto che le inadeguatezze nella conoscenza dell'inglese dei nostri studenti sono ancora più gravi in chi mostra un uso sciatto e povero della nostra lingua madre. Quando, invece di occuparmi di Clil, faccio lo storico della lingua inglese e lo studioso della storia dei rapporti anglo-italiani, ricordo spesso che, se nel secondo dopoguerra non si fosse sviluppata a Cinecittà quell'eccellente scuola di doppiaggio che abbiamo tuttora, gli italiani delle ultime generazioni, fin da piccoli, avrebbero visto cartoni animati e film in lingua straniera, potremmo competere con gli scandinavi nel mercato del lavoro globale e, probabilmente, tutte le azioni formative citate nella domanda, e magari anche la didattica Clil, non sarebbero necessarie. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano…



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