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SCUOLA/ Corsi Clil, a chi giova emarginare le paritarie?

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Il Clil obbligatorio per tutti gli studenti dell'ultimo anno dei licei e dei tecnici, il Politecnico di Milano con la sua azione di all English nei corsi magistrali e nei dottorati, il progetto Bei in Lombardia, il ministro Giannini che ha annunciato l'introduzione  di una materia da farsi in inglese alle elementari tout court. Insomma inglese a tutti i costi, e calato dall'alto. Intanto, a breve avrà inizio il secondo ciclo di corsi di formazione metodologica Clil, preferibilmente per quei docenti della scuola statale che stanno facendo Clil nelle loro classi quest'anno, in adempimento all'obbligo di legge. Il sussidiario ha intervistato Giovanni Iamartino, professore ordinario di lingua e letteratura inglese nell'Università degli Studi di Milano, dove è anche direttore dei corsi Clil.

L'Università statale di Milano ha già condotto un primo ciclo di corsi metodologici Clil indirizzati ai docenti di disciplina di materie scientifiche in lingua inglese. Quale è la sua valutazione della preparazione linguistica in entrata dei docenti del ciclo di formazione già concluso?
Più che buona. Dei 35 corsisti, 7 possedevano una certificazione linguistica di livello C1, quella richiesta per diventare a tutti gli effetti docenti Clil; gli altri padroneggiavano già adeguatamente l'inglese a livello B2, e quindi non abbiamo avuto reali problemi di comprensione e interazione. Certo, si è trattato di una situazione privilegiata: era il primo gruppo di docenti selezionati, e tutti provenienti dai licei linguistici, quindi in un contesto aperto alle lingue straniere. E più d'uno di loro aveva già alle spalle sperimentazioni di didattica secondo la metodologia Clil.

Molto spesso i percorsi di formazione vengono accusati di essere disgiunti dalle reali necessità dei docenti. Che atteggiamento avete riscontrato nei corsisti Clil, che si sono trovati di fronte ad un universo a loro ignoto, quello dell'insegnamento integrato di lingua e contenuto?
Devo dire che, sia nelle discussioni durante il corso, sia dal questionario di soddisfazione che abbiamo voluto somministrare al termine delle lezioni, questo problema di "scollamento" tra formazione in università e azione a scuola non è stato evidenziato. Per quanto riguarda gli incontri di carattere metodologico sul Clil e di language awareness sull'inglese, abbiamo riscontrato molto interesse e pronta disponibilità dei docenti a mettersi in gioco. Nell'organizzazione delle attività formative caratterizzanti, poi, abbiamo tenuto conto che avevamo davanti docenti che insegnavano biologia, scienze naturali, fisica, matematica o scienze motorie. Certo, una nostra lezione Clil sui terremoti o sul calcolo delle probabilità ha più interessato alcuni corsisti rispetto ad altri; ma anche in questi incontri su argomenti delle didattiche disciplinari si è sempre cercato di evidenziare la modalità dell'approccio Clil più che i contenuti in quanto tali; paradossalmente, meno l'argomento era vicino alla pratica didattica quotidiana di questi docenti, più poteva essere facile per loro focalizzarsi su approcci e metodologie. Il vero problema che i docenti in formazione Clil devono superare è un altro.

Quale?



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