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SCUOLA/ Vacanze (lunghe) vs lavoro, la verità non sta nel mezzo

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La dichiarazione del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sui giorni di vacanza degli studenti («un mese di vacanza va bene. Ma non c'è un obbligo di farne tre») ha scatenato un putiferio mediatico. Nonostante l'assoluta mancanza di originalità (è questo un tema di discussione ricorrente), ancora una volta opinionisti, politici, sindacalisti eccetera si sono divisi in due fazioni: chi, forte delle statistiche europee che ci vedono primo Paese in Europa per numero di giorni di riposo goduti dai nostri giovani, ha cantato in coro il ritornello della produttività e della competitività (mancanti); chi, figlio primogenito dello scolasticismo del quale siamo tutti permeati, ha argomentato circa l'importanza dello studio, del riposo, dell'ozio e, soprattutto, della distanza, quando ancora possibile, dal mondo del lavoro.

Tutto secondo copione: il caos delle opinioni coprirà le proposte e tutto finirà nel dimenticatoio, fino a quando un prossimo ministro risolleverà il polverone.

L'impressione è che le due "curve", le due posizioni più intransigenti che guadagnano gli spazi sui giornali proprio perché più estreme e quindi funzionali ai titoli ad effetto, non centrino il cuore del problema.

Gli integralisti della produttività giudicano un grave spreco di tempo avere persone in età da lavoro parcheggiate per tre mesi, vaganti tra spiagge e monti. Non capendo però che l'esperienza del tempo libero, la consapevole scelta su come impegnarlo o come perderlo, è una esperienza decisamente educativa per un sedicenne che si affaccia alla stagione della vita nella quale non saranno più gli altri a decidere per lui e a dirgli cosa fare del suo tempo. 

D'altra parte, gli integralisti della vacanza lunga non paiono convinti dalle ragioni pedagogiche del tempo libero, bensì accecati dal pregiudizio verso il giacimento educativo del lavoro. Per i teorici dei due tempi (prima la scuola, e solo la scuola; poi l'impresa) il lavoro è sfruttamento (versione novecentesca) o fatica inevitabile (disillusa versione moderna). Di conseguenza si lavora, a malincuore, proprio per guadagnarsi il tempo libero. Si subisce l'alienazione del lavoro per avere il tempo di dimenticarlo e vivere per davvero. Se si crede questo, perché mai anticipare il contatto tra giovani e lavoro? Al contrario, l'estate liceale diventa il motivetto nostalgico al quale ritornare col pensiero per tutta la vita: "i bei tempi andati" (e in effetti di retorica televisiva in questo senso ce n'è tanta).

Il problema su cui si sta dividendo l'Italia è quindi mal posto. Non si tratta di un referendum sulle vacanze lunghe. La partita che si gioca è ben più importante e meno banale. La preoccupazione del legislatore non può essere quella di riempire il tempo agli adolescenti italiani, ma come rendere possibile, incoraggiare, proposte formative anche nel tempo di vacanza. 



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