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SCUOLA/ Autonomia e valutazione, la trappola di un "lavoro" a metà

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

L'automatismo delle graduatorie offriva una sorta di difesa rispetto a possibili autoritarismi, anche se tutti vedevano il loro non senso perché una cosa è sapere una disciplina, altra saperla insegnare. Lo stesso discorso vale anche per i presidi, nonostante il margine, raramente utilizzato, di governo delle nomine triennali da parte dei direttori regionali.

Al di là, dunque, dei vari formalismi, conta l'efficacia di un servizio. Nel caso delle scuole, è centrale che il preside dimostri sul campo equilibrio, capacità di fare squadra, apertura all'innovazione, sensibilità per le nuove domande formative dei nostri ragazzi. E' cioè fondamentale che venga riconosciuto nella sua autorevolezza.

Per questo motivo, allo scadere del mio incarico triennale presso la mia scuola, un liceo di oltre duemila studenti, ho preso la decisione, in solitudine, di chiedere a tutti gli operatori della scuola, cioè non solo ai docenti ma anche agli Ata, se erano d'accordo sulla conferma o meno del mio incarico di "loro" dirigente scolastico. Sapendo bene che la vera valutazione è sempre preferibile sia esterna, tastare con mano — con un voto segreto — la condivisione di tutti i collaboratori penso sia più di un atto dovuto. 

Il risultato per me è stato a dir poco lusinghiero: su 160 docenti solo due voti contrari, su 45 Ata solo due voti contrari.

Nella scuola realmente autonoma non dovrebbero essere i consigli di istituto rinnovati, rappresentativi anche degli enti locali, che potranno scegliere il proprio dirigente? Credo che dovrà diventare un passaggio necessario, ai fini di un reale autogoverno delle comunità scolastiche. 

Per concludere, non esiste l'uomo solo al comando, ma solo una responsabilità che va condivisa.
Tutti coloro, cioè, che sono chiamati ad una responsabilità dovrebbero verificare la disponibilità del gioco di squadra propria e dei propri collaboratori. E questo deve valere per tutti. Anche per i docenti, con questionari di gradimento degli studenti. 

Perché, alla fine, contano i risultati, e questi possono essere garantiti solo se tutti, al di là di contratti e stipendi, sono disposti a credere al lavoro in comune.

Per questo motivo ho fatto questo passo, ho preso cioè la decisione al buio di lasciarmi valutare. Non si tratta, è bene precisarlo, di inseguire populisticamente il consenso, ma di chiedere la condivisione di una idea di scuola.



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COMMENTI
29/03/2015 - Una domanda impertinente (Franco Labella)

E' interessante scoprire come ogni tanto accade che idee avvversate sul piano puramente ideologico poi col tempo vengono introiettate, magari inconsapevolmente, proprio da chi è lontano dal mondo che ha generato l'ipotesi inizialmente avversata. Questa del preside elettivo è un'antica proposta della vituperata CGIL-scuola. Non credo che ci sia nel passato professionale dell'autore dell'articolo anche questa provenienza cultural-sindacale. Quest'idea sembra avere oggi nuovi epigoni (anche sindacali) non esattamente provenienti da sinistra. Se ha un senso la scelta narrata dal preside Zen di far svolgere una sorta di plebiscito sul suo destino professionale non può non nascere una curiosità. La traduco in una domanda impertinente: se il plebiscito non fosse stato "bulgaro" (e sì perchè anche nei regimi si fanno votare le persone ma lì, però, l'etimo di "scelta" ha poco a che vedere con la messinscena elettorale) cosa avrebbe fatto coerentemente il preside Zen? Avrebbe dovuto prendere atto del mancato riconoscimento e chiedere di essere trasferito altrove? Fior di politologi si affannano a spiegarci in cosa consiste il populismo con tendenze plebiscitarie. Ascriveremo anche la proposta di plebisciti ex post la nomina a dirigente scolastico ( ma senza conseguenze in caso di bocciatura) a questa tendenza? L'uomo solo al comando con seguito plaudente (tanto ci sarebbero gli albi da cui chiamare i docenti devoti votanti a garantire il risultato) è una buona soluzione?