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SCUOLA/ Autonomia e valutazione, la trappola di un "lavoro" a metà

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Il cuore della "Buona Scuola" di Renzi sta — per ora — nel potenziamento dell'autonomia scolastica. Una autonomia che, lo sappiamo, non può sussistere senza il principio di responsabilità. Perché non è mai decollata l'autonomia? Perché in Italia manca una trasparente cultura dei risultati, non solo delle intenzioni.

In poche parole, è sempre stata contrastata una trasparente etica delle responsabilità, capace di andare oltre le singole disponibilità di tanti presidi e docenti che ogni giorno mettono cuore e passione nel loro lavoro; la stragrande maggioranza, ma a titolo personale, senza alcun riconoscimento, anche stipendiale.

Si è sempre preferito, nel mondo della scuola, nascondersi dietro a forme assembleari, a logiche collettive, mentre, è bene chiarirlo, la responsabilità è sempre personale. Anzitutto personale, pur conoscendo tutte le variabili che, comunque, interagiscono nelle scelte personali e di gruppo.

Il mondo della scuola è, proprio per questo motivo, l'ultimo baluardo della negazione di questa responsabilità personale. Ovvia, invece, in tutto il mondo del lavoro.

Per accorgersene basta scorrere velocemente la rabbia di tanti docenti nei confronti della proposta di riconoscere ai presidi un ruolo strategico nella nuova scuola immaginata dal governo. Mentre, cioè, è oggi assodato che gli studenti devono essere valutati secondo il merito (chi ricorda più il vecchio "sei politico"?), i loro valutatori non dovrebbero a loro volta essere giudicati da nessuno.

Nello stesso tempo però manca anche un altro passaggio decisivo, in questo recupero del principio di responsabilità. In sintesi, noi siamo ancora lontani dall'esperienza Lean, essenziale oggi nel mondo del lavoro. Che cosa dice questo metodo? Che è essenziale prevenire errori e disservizi. Non solo. Che tutti i lavoratori devono essere messi nelle condizioni di "fare bene le cose già dalla prima volta". In altri termini, se uno sbaglia è il suo capo (un tempo i presidi erano chiamati "capi di istituto") che si deve assumere per primo la responsabilità dell'errore, perché, appunto, non l'ha messo nelle condizioni di non sbagliare. Poi, ovviamente, ognuno dovrà mettere in campo le sue reali competenze. Ma è il suo responsabile che dovrebbe per primo rispondere del disservizio.

Questa riflessione vale per i docenti nei confronti degli studenti, ma vale anche per i presidi nei confronti dei docenti e del personale Ata.

Sono i presidi oggi messi nelle condizioni di assumersi questa responsabilità? Ma anche i direttori generali nei confronti di quei presidi che si nascondono dietro a logiche minimaliste o ad atteggiamenti autoritari? Non solo, e qui sta il punto forse più critico: i presidi, come leader e punti di riferimento, sono oggi riconosciuti tali dai loro collaboratori (docenti e Ata)?

Senza questo quadro di riferimento è comprensibile il violento attacco, da parte di tanti docenti, all'art. 7 del ddl sul nuovo ruolo dei presidi relativo alla chiamata dei docenti da Albi regionali, oltre che su altri aspetti. 



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COMMENTI
29/03/2015 - Una domanda impertinente (Franco Labella)

E' interessante scoprire come ogni tanto accade che idee avvversate sul piano puramente ideologico poi col tempo vengono introiettate, magari inconsapevolmente, proprio da chi è lontano dal mondo che ha generato l'ipotesi inizialmente avversata. Questa del preside elettivo è un'antica proposta della vituperata CGIL-scuola. Non credo che ci sia nel passato professionale dell'autore dell'articolo anche questa provenienza cultural-sindacale. Quest'idea sembra avere oggi nuovi epigoni (anche sindacali) non esattamente provenienti da sinistra. Se ha un senso la scelta narrata dal preside Zen di far svolgere una sorta di plebiscito sul suo destino professionale non può non nascere una curiosità. La traduco in una domanda impertinente: se il plebiscito non fosse stato "bulgaro" (e sì perchè anche nei regimi si fanno votare le persone ma lì, però, l'etimo di "scelta" ha poco a che vedere con la messinscena elettorale) cosa avrebbe fatto coerentemente il preside Zen? Avrebbe dovuto prendere atto del mancato riconoscimento e chiedere di essere trasferito altrove? Fior di politologi si affannano a spiegarci in cosa consiste il populismo con tendenze plebiscitarie. Ascriveremo anche la proposta di plebisciti ex post la nomina a dirigente scolastico ( ma senza conseguenze in caso di bocciatura) a questa tendenza? L'uomo solo al comando con seguito plaudente (tanto ci sarebbero gli albi da cui chiamare i docenti devoti votanti a garantire il risultato) è una buona soluzione?