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SCUOLA/ Gaia, III media: perché voi grandi non ci lasciate essere Iqbal Masih?

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Pochi anni fa ero schiavo di un profittatore e non ho paura di pronunciare il suo nome. Eshan Khan. Ci faceva lavorare dalla mattina alla sera, con una pausa per il pranzo e una per la cena, chi non obbediva era mandato in un luogo sotterraneo. Lì tutto era buio, umido e pullulante di scorpioni e, non a caso, era chiamato "tomba". I meno abili a tessere i tappeti erano legati con pesanti catene al telaio. Impugnavamo coltelli per tagliare i fili, quando avremmo dovuto impugnare fili per guidare aquiloni, eravamo legati per non poter scappare, quando avremmo dovuto correre per non farci acchiappare giocando a "ce l'hai", eravamo puniti, messi nella "tomba" e nascosti dal sole e dal suo calore, quando avremmo dovuto nasconderci da chi doveva contare a nascondino. Non si può condensare il dolore in poche parole, ma vi assicuro che, essere bambini e non potersi comportare da bambini, è lancinante. Vi chiedo di lottare, lottate! Lottate per chi è piegato a lavorare mattoni, lottate per chi incolla scarpe e ha le mani ormai deformate, lottate per chi cuce i tappeti, per chi "porta in tavola" il grano e per chi "vi veste": fate in modo che sia un bambino. Libertà, pace, uguaglianza sono, in analisi grammaticale nomi astratti… Non lo devono essere, devono diventare concreti nella vita di tutti i giorni, qui, ora e sempre. Per Maria, per Fatima, per Karim e Raju e per gli altri 168 milioni di bambini che oggi lavorano. Si parla di bambini di quattro o al massimo dodici anni. Ciò che ognuno dovrebbe impugnare sono penna e libro, eppure tengono in mano diserbanti, falci, coltelli, mattoni, ceste pesantissime e ancor peggio mitragliatrici. Fatelo per loro, vi prego. Dite no a oggetti prodotti da bambini, aiutatemi, aiutateci a dare ai vostri bambini un mondo migliore di quello dove i loro coetanei indossano esplosivo e si lasciano saltare in aria in piazze, quartieri e scuole. Mi ricordo che quando sono scappato, mi sono perso nell'azzurro terso del cielo, nel trambusto della città e nel profumo dei fiori. Non avevo mai "toccato" la libertà e bisogna lottare per ottenerla, per aiutare uomini, donne, bambini o bambine che hanno vissuto quello che ho passato io. Bisogna vivere per considerarsi vivi e non ci si può ritenere tali se siamo costretti a lavorare tutto il giorno, tutti i giorni. I bambini dovrebbero andare a scuola per porre fine a quel circolo vizioso di povertà. Se un bambino studia, ha un lavoro migliore, è più ricco e dà la possibilità ai propri figli di studiare ed essere bambini. Se invece, non si riceve un'istruzione, sarà più facile essere manipolati e compiere lavori umili. E da lì dista poco la necessità di vendere i propri bambini. Si scava così una fossa sempre più profonda ma, da questa fossa tutti dovranno uscire un giorno. Questa non è un'utopia, lo possiamo realizzare insieme!".



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