BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ I-generation, quei giovani vittime dell’"effetto Apple"

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Oggi, a trent'anni di distanza, possiamo dire che non solo don Giussani aveva ragione, ma che la situazione, comprensibilmente, si è ulteriormente evoluta. Siamo di fronte ad un nuovo effetto, che non è ingiusto definire "effetto Apple", e che è diretto discendente dell'effetto Chernobyl illustrato dal sacerdote di Desio: esso si condensa in quel pronome inglese — — che accompagna la maggior parte delle espressioni comunicative del nostro tempo: iPhone, iPod, iPad… sono tutti modi per dire, infatti, che il mondo inizia e finisce con me. Lasciato privo del rapporto con la realtà l'uomo, quindi, si è ritrovato in un mondo il cui orizzonte coincide con lui stesso e con la sua coscienza: gli adolescenti, mai come oggi, ci appaiono imprigionati in loro stessi da quello che sentono, da quello che pensano e da quello che vogliono. 

Senza paura di osare troppo possiamo affermare, con una certa forza, che oggi è la mente, e non il corpo, il vero carceriere dell'anima. Assorbiti totalmente nei loro pensieri, i nostri giovani sono costantemente impegnati a soddisfarsi e a contemplare se stessi, mostrando di non avere più spazio per nessuna delle nostre parole o dei nostri "esempi", in modo tale che tutto giunge loro come un'eco di una voce lontana che non riesce a distruggere la stanza di ghiaccio in cui la loro stessa mente li ha rinchiusi. Questo non vuol dire che essi siano cattivi o non pensino agli altri, ma vuole sottolineare un problema di coscienza che — nella concretezza dell'esperienza — diventa sostanzialmente un problema di fedeltà e di tenuta, dentro le circostanze, delle decisioni che assumono o delle cose che essi capiscono. 

Ma il punto non è nemmeno del tutto qui. Infatti, ostaggio di quello che sentono, che pensano e che vogliono, i ragazzi sperimentano sempre più spesso anche una discrepanza tra ciò che avvertono e ciò che desiderano, tra la percezione che hanno del reale e ciò che veramente vorrebbero dalla realtà. 

Ed è qui che entra in gioco un secondo decisivo fattore per comprendere davvero coloro che abbiamo davanti quasi tutti i giorni: essi, infatti, non potendo sopportare spesso le emozioni che provano, gli echi che in diversi modi arrivano loro dalla realtà, cercano di cambiare quello che sentono "facendo qualcosa". Nel giardino di Adamo, il serpente tenta la donna rendendola consapevole di una situazione di oggettiva ignoranza e insoddisfazione e non la invita ad assumerla fino in fondo, ma la spinge ad agire per cambiarla. C'è una strana equazione dentro di noi tra sentire e fare che presiede alla radice tutti i nostri comportamenti distorti per cui, in definitiva, noi facciamo — agiamo — per mutare il nostro umore, le nostre emozioni, e non per interagire davvero con la realtà che sentiamo e che "ci viene addosso". 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >