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SCUOLA/ Lettera di un "renziano" al premier: presidente, così affossa la scuola

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Cancella gli effetti, non le cause. Le quali stanno tutte quante nella modalità di formazione e di reclutamento del personale. Come spegnere la macchina di produzione dell'esercito scolastico di riserva? Semplicemente togliendo dalle mani del Miur la gestione del rapporto domanda/offerta di personale per affidarlo alle singole scuole, eventualmente in rete. Per prendere questo provvedimento, occorre rovesciare la visione che continua ad occupare le menti di politici, intellettuali-guru, giornalisti, personale docente e dirigente e che permea l'Amministrazione ministeriale. 

Secondo questa visione — e vengo così alla cultura politica — le scuole altro non sono che uffici decentrati del ministero dell'Istruzione, in cui operano impiegati-docenti e impiegati-dirigenti. Il modello è stato costruito da Federico II di Prussia, da Napoleone, da Hegel (già preside a Norimberga), è stato importato in Italia dal Conte Gabrio Casati nel 1859, razionalizzato da Giovanni Gentile con legge delega del 3 dicembre 1922, n. 1601, riversatasi nel 1923 in ben diciannove Regi Decreti di attuazione. Si tratta di un modello centralistico-amministrativo che ha come finalità quella di formare le classi dirigenti, fornire quadri e tecnici, alfabetizzare elementarmente le classi subalterne. Queste dovevano semplicemente imparare a comprendere gli ordini sui luoghi di lavoro o sui campi di battaglia. Insomma: una scuola per pochi. L'organizzazione della didattica è vetero-industriale tayloristica, i contenuti tendono all'enciclopedico, gli edifici scolastici condividono il modello edilizio con le caserme, le carceri, gli ospedali. Il modello ha funzionato fino agli anni 60, quando, a seguito dell'introduzione della Scuola Media Unica, grandi masse di ragazzi e di docenti hanno fatto irruzione nel sistema. 

Iniziava la scuola per tutti. Il modello è andato a male, "qualcosa è cambiato", ma continua ad essere inflitto al Paese. Peggio: sotto la spinta della sindacalizzazione degli anni 70, il ministero dell'Istruzione è diventato il ministero dell'occupazione/disoccupazione intellettuale. Trasmettere "il sapere di civiltà" ai ragazzi non è un problema del Miur. A riformare la struttura hanno provato Sergio Mattarella nel 1990 — quando propose autonomia e valutazione come nuovi pilastri — e Luigi Berlinguer, quando fece un decreto sull'autonomia e propose nuovi ordinamenti: il famoso 7+5. 

Letizia Moratti ha dato il via alla valutazione esterna. Fioroni ha tradotto le otto competenze europee nei "quattro assi" (lingua e linguaggi, matematica, scienze, storia). La Gelmini ha concentrato gli indirizzi pulviscolari della Scuola secondaria superiore. Ma il riformismo puntiforme non è stato in grado di demolire il letto di Procuste burocratico, nel quale si stirano i bassi e si amputano gli alti per adattarli alla struttura unica nazionale. Questo centralismo non è in grado di governare in tempi rapidi la domanda/offerta di personale. Da questa incapacità e inefficienza nasce il precariato. E' un prodotto dell'amministrazione ministeriale, cui la politica e i sindacati si sono inchinati. Continuerà a svilupparsi, anche se fossero immessi dal 1° settembre tutti i precari. Il 2 settembre incomincerà la nuova accumulazione di precari, perché tra il liberarsi di un posto e il subentro di un altro docente di ruolo passano anni. Questo anche se si facessero i concorsi centralizzati ogni anno. Non la faccio più lunga.



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COMMENTI
16/03/2015 - TORNARE AL 1859-39? (GIOVANNI COMINELLI)

Purtroppo LUI non c'è più, è finito tutto a Piazzale Loreto:-)!

 
16/03/2015 - Continuazione (Stefano Di Brazzano)

Altra verità scomoda. Finché non c'era l'autonomia il ministero ogni anno pagava a decine di migliaia di docenti trasferte di durata anche di 3 o 4 settimane in alberghi più che dignitosi per gli esami di maturità. Poi si decise di passare a commissioni di ambito locale "per risparmiare". Negli stessi anni partiva l'autonomia. Ebbene, i risparmi derivati dall'eliminazione delle commissioni esterne nazionali non sono non si sono avvertiti, ma negli ultimi 25 anni la spesa del ministero è aumentata considerevolmente, come si può agevolmente verificare consultando i dati in rete. Ancora una volta contra factum non valet argumentum.

 
15/03/2015 - Tutto sbagliato (Stefano Di Brazzano)

Corretta la ricostruzione storica, totalmente sbagliata la soluzione prospettata. La soluzione corretta è tornare ad essere, in quest'ambito, napoleonici-hegeliani. Abolire da subito l'autonomia scolastica, e così sì che si libereranno presidi, docenti e segreterie da un mare di inutili scartoffie. Tornare quanto prima all'ordinamento scolastico vigente nel periodo 1862-1939, che ha fatto crescere davvero l'Italia. La riforma della scuola media di Bottai è stato un primo errore, poi ulteriormente aggravato dall'istituzione della scuola media unica nel 1962, che ha trasformato la scuola in un enorme asilo infantile e ha smesso di essere davvero formativa. Guarda caso da quando sono diventate adulte le generazioni cresciute con la scuola media unica l'Italia non solo ha smesso di crescere, ma ha piuttosto preso una triste piega involutiva. Et contra factum non valet argumentum.

 
10/03/2015 - Sottoscrivo (Paola Tonna)

Sottoscrivo i contenuti relativi alla Scuola e specialmente alla necessità di una sua riconversione antistatalista: del resto è l'unico modo per dare un senso non ipocrita alle celebrazioni dell'autonomia.

 
09/03/2015 - sottoscrivo (Flavia Bruseghini)

Sottoscrivo questa lettera chiedendo al presidente Renzi di fare presto la riforma della scuola che permetta realmente la libertà d'educazione.

 
09/03/2015 - Non ci sono molte alternative (Sergio Palazzi)

Per quanto non ostinatamente renziano (anche se ho sfidato la derisione degli storici avversari per andarlo a votare alle primarie) e anche se qua e là farei dei distinguo, credo che il messaggio sia sicuramente da sottoscrivere. Specie per quanto riguarda gli istituti tecnici industriali che potrebbero tornare ad essere tra le punte di diamante dell'istruzione, particolamente in quelle aree in cui hanno un reale inserimento nel mondo produttivo più avanzato. Che poi si possa ripensare ai lasciti di Mattarella e Berlinguer come degli esempi da seguire per una scuola aperta, libera e proiettata verso il futuro, mi sembra un'ipotesi un po' forte.

 
09/03/2015 - Sviluppipamo un ipotesi formulata nello scritto (enrico maranzana)

Potrebbe “il capo del personale della Fiat scrivere la “vision” al posto di Marchionne?”. La risposta affermativa, in ambito scolastico, ha vari significati. Tra questi: la condivisione dell’azione di una delle parti che da decenni si contendono lo scettro del potere. Da un lato il legislatore che ha sviluppato un’ipotesi per promuovere e rinforzare le qualità dei giovani, vista l’impossibilità di prefigurare lo scenario in cui si collocherà uno studente che accede alla secondaria; dall’altro lato il governo che difende un servizio frazionato in insegnamenti, scoordinato. Marchionne, che conosce le regole del gioco, avrebbe avuto un sussulto vedendo che nelle dispositive di presentazione si dichiara la volontà di trasgredire il “Principio di distinzione”, che qualifica le elaborazioni del legislatore. Marchionne avrebbe capitalizzato la nuova denominazione della scuola: “Sistema educativo di istruzione e di formazione” è un concetto che presuppone finalizzazione, unitarietà, progettazione, coordinamento, feed-back.

 
09/03/2015 - Sottoscrivo (ROBERTO PERSICO)

Sottoscrivo ogni riga, sia dell'analisi sia della proposta. E mi permetto un'idiozia: se questa lettera la sottoscrivessimo in tanti?