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SCUOLA/ Conoscere la nostra lingua, questione di cervello o di gusto del bello?

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Gli scenari della geopolitica quando leggiamo il giornale, i paradigmi di lettura della storia dei paesi che non conosciamo, o i modelli matematici alla base dell'onnipresente informatica, tutto richiede  qualcosa di più del banalizzante "accedere alle informazioni e utilizzarle" cui pare ridotto il sapere. Secondo me è qui uno dei punti deboli della catena: il nesso fra la varia realtà del mondo e il discorso, la parola.

Un passaggio che la cultura contemporanea pare aver oscurato è proprio che cosa è la lingua: solo uno strumento funzionale, adatto a scambi informativi? O non uno strumento che plasma allo stesso tempo ciò di cui si parla e colui che ne parla? Quante volte chi ha (veramente) studiato ha fatto l'esperienza che dire ad alta voce, dire a un interlocutore, dire per farsi capire serve innanzitutto a mettere in ordine e a chiarire le idee, a possedere con profondità quanto si credeva di aver già capito! E quante volte al contrario le parole stesse sono in grado di alterare la realtà, leggendola in modo distorto proprio grazie ai termini usati e ai giri di frase? La parola può essere al servizio della conoscenza del mondo o della sua alterazione: di questo sanno qualcosa i manipolatori delle coscienze che parlano dai giornali e dai talk show. Ecco perché imparare a parlare è esercizio di libertà, di approssimazione adeguata alle cose, di relazione reciproca leale, e perciò anche di democrazia reale.

Tornando alla scuola, il problema è sicuramente la formazione degli insegnanti, per il fatto che l'università ha privilegiato una formazione "inadeguata — dice Sabatini — degli aspiranti docenti, tradizionalmente privi, per difetto dei curricoli di studio, di conoscenze nel campo della linguistica". C'è anche, a mio parere, una percezione non chiara di come la conoscenza della lingua si alimenta: non con i corsi di linguistica, o almeno non solo. Tolti i primi anni, in cui la lingua si apprende — come pare di capire dalla teoria dei principi e dei parametri — in forma strutturale, la lingua "adulta" si apprende frequentando la buona comunicazione: buoni testi, buone conversazioni, buoni esempi. Qui c'è l'altra lacuna. Con chi si parla questa lingua? Quando la si ascolta? Che cosa si legge? Da anni Luca Serianni addita i buoni giornalisti e la saggistica come fonte primaria per la buona lingua. 

La letteratura, come suggeriscono le Indicazioni della Gelmini, è certamente il campo dei buoni scrittori: quanto si fa cogliere agli studenti la proprietà, l'incisività, l'efficacia comunicativa e stilistica degli autori studiati? Oppure prevale la "scheda di lettura", l'analisi narratologica, il cappello introduttivo che risparmia allo studente la fatica di vedere le parole? (lo studente, per come viene su dalle medie, di qualunque poesia dice che "parla della condizione dell'esistenza", e che c'è più da dire?). Eppure ogni parola è stata pesata, ogni assonanza percepita, ogni giro di frase fissato per colpire al fondo. 



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COMMENTI
04/04/2015 - Formazione degl'insegnanti (Stefano Di Brazzano)

Non credo che il problema stia nel fatto che gl'insegnanti non ricevano una formazione specifica nel campo della linguistica. Il problema è di ordine più generale e riguarda appunto la formazione generale. Fino a trenta-quaranta anni fa si aveva la certezza che un insegnante di lettere delle scuole medie inferiori aveva alle spalle uno specifico curriculum, che consisteva in scuola elementare con esame di II e di V, scuola media con latino ed esame di ammissione, ginnasio superiore con esame finale, liceo classico con maturità su tutte le materie dei tre anni, facoltà di lettere con indirizzo filologia classica o moderna. Solo con questo percorso era possibile insegnare. Poi c'è stata la sciagurata liberalizzazione degli accessi all'università, per cui oggi possiamo avere insegnanti di lettere delle scuole medie il cui percorso è invece: scuola elementare (ora pure senza esame finale), scuola media senza latino, istituto tecnico o professionale, facoltà di lettere con laurea in storia del cinema. Se a questo si aggiunge la dequalificazione economica e sociale subita dalla professione insegnante, è evidente che saranno appunto soprattutto questi soggetti dalla formazione "debole" a tentare la strada dell'insegnamento, mentre quelli con formazione più solida (liceale) cercheranno altre strade, più gratificanti sul piano economico e sociale. In due parole: la poca padronanza dell'italiano è l'ennesima conseguenza del "facilismo" imperante negli ultimi 50 anni.

 
03/04/2015 - Lingua & Logica (Moeller Martin)

Forse la scuola non insegna l'italiano nel modo dovuto, ma senz'altro la TV di stato, nonostante sia pagata con i nostri soldi, è scivolata dalla cura della linguaggio e della dizione verso forme dialettali sgrammaticate. La conseguenza è una lingua parlata sempre più imbastardita, con errori ormai sistemici. Tuttavia, anche elevando il livello linguistico non aumenterebbe la capacità di comprensione logica perchè questa si deriva dalla matematica e non dalla lingua. La ns. capacità di capire fatti e nessi non è legata alla lingua, tant'è che possiamo tranquillamente apprendere e confrontarci in una lingua straniera. P.S.. La scarsa capacità di comprensione deriva dal aver trattato per generazioni la matematica come una materia semi-facoltativa, giustificando i lavativi come 'non portati'. Studiare la matematica richiede fatica, tanti esercizi e capacità di concentrazione. Ma il vero motivo per il quale la sfuggono è che mette a nudo le ns. reali capacità intellettuali, in modo inequivoco con un solo risultato esatto e nessuna possibilità di divagare. Non esistono 'persone non portate', esistono gli asini!

 
03/04/2015 - commento (francesco taddei)

eppure la lingua che ci unisce è trattata sdegnosamente. segno di una identità debole e poco amata.

 
01/04/2015 - Domande (Giuseppe Crippa)

Ne è sicuro, signor Taddei? Come mai allora tutti i dialetti hanno incorporato termini utilizzati da eserciti di Stati occupanti?

 
01/04/2015 - Cervello e gusto del bello (Giovanni Boccardi)

Di questo interessante articolo non mi piace il titolo: perché le "questioni di cervello" ed il "gusto del bello" dovrebbero essere disgiunti e quasi opposti? Mi pare che l'articolo documenti l'opposto: l'impoverimento della lingua è insieme una perdita di senso del bello e di logica. Forse non si dovrebbe confondere il "cervello" con il suo cattivo uso che consiste nel voler racchiudere la realtà in ragionamenti parziali.

 
01/04/2015 - commento (francesco taddei)

la lingua è lo specchio dell'identità nazionale, che gli italiani non hanno. non un solo dialetto è stato mai corroso da termini stranieri.