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SCUOLA/ Conoscere la nostra lingua, questione di cervello o di gusto del bello?

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Purtroppo capita che un capo di governo (spalleggiato dall'intellettuale) pensi di sapere meglio degli insegnanti se un testo è utile o no: per esempio quanto può produrre, in termini di apprendimento del lessico, della sintassi e delle sfumature di senso, la lettura — meglio ad alta voce — dei Promessi sposi. Quest'anno potendolo fare proietto il testo sulla Lim e lascio che gli studenti se lo godano più possibile, che entrino nelle pieghe di certe frasi fulminanti, di certe espressioni impagabili e geniali. La comprensione della vicenda ne esce rinforzata: quasi non hanno bisogno nemmeno di me. Se gli studenti si annoiano sui Promessi sposi — come ci dicono per sostenere la damnatio — probabilmente si annoiano anche su tutto il resto: la storia antica, la grammatica, la fisica… Che a scuola si annoino è un dato noto da tempo. Ciò avviene soprattutto se nessuno fa loro vedere il bello che c'è dentro: ci vuole il maestro, quello che in prima persona apprezza il valore di quello che deve spiegare. 

In ogni caso l'esposizione al dato è fondamentale per apprendere una lingua ricca. Mi colpisce, nei corsi Pas e nei relativi esami, scoprire che anche qualcuno dei corsisti (già con un certo numero di anni di insegnamento) ha seri problemi di espressione orale e scritta. Come spiegheranno una cosa tecnica come la punteggiatura, che usano male e non sanno giustificare quando la incontrano usata bene? Come farà chi deve insegnare, se lui stesso non è stato sufficientemente esposto a "testi" e non li ha gustati nel dettaglio, a "passare il testimone"? Pare che la catena intergenerazionale si sia spezzata, perché la generazione intermedia ha pensato che la lingua chiamiamola colta (per dire ricca) fosse un inutile orpello, e qualcuno lo teorizza pure: il punto meriterebbe di essere almeno discusso.

La lingua a mio parere non ha a che fare solo con "i processi cognitivi dell'essere umano: processi estremamente complessi, com'è ovvio, perché esclusivi della nostra specie, ossia parte specifica dell'evoluzione degli organismi viventi che ha portato all'Homo sapiens sapiens, diverso solo per questo dagli altri primati". Ha a che fare anche con il senso del bello, con la ricerca del vero, con l'esercizio libero del pensiero … Tutte cose proprie dell'uomo, e così fuori moda! E ce la vogliamo prendere con gli studenti? Coltivare il bene, il bello e il vero è ancora uno strumento adeguato per conoscere il Verbo.

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COMMENTI
04/04/2015 - Formazione degl'insegnanti (Stefano Di Brazzano)

Non credo che il problema stia nel fatto che gl'insegnanti non ricevano una formazione specifica nel campo della linguistica. Il problema è di ordine più generale e riguarda appunto la formazione generale. Fino a trenta-quaranta anni fa si aveva la certezza che un insegnante di lettere delle scuole medie inferiori aveva alle spalle uno specifico curriculum, che consisteva in scuola elementare con esame di II e di V, scuola media con latino ed esame di ammissione, ginnasio superiore con esame finale, liceo classico con maturità su tutte le materie dei tre anni, facoltà di lettere con indirizzo filologia classica o moderna. Solo con questo percorso era possibile insegnare. Poi c'è stata la sciagurata liberalizzazione degli accessi all'università, per cui oggi possiamo avere insegnanti di lettere delle scuole medie il cui percorso è invece: scuola elementare (ora pure senza esame finale), scuola media senza latino, istituto tecnico o professionale, facoltà di lettere con laurea in storia del cinema. Se a questo si aggiunge la dequalificazione economica e sociale subita dalla professione insegnante, è evidente che saranno appunto soprattutto questi soggetti dalla formazione "debole" a tentare la strada dell'insegnamento, mentre quelli con formazione più solida (liceale) cercheranno altre strade, più gratificanti sul piano economico e sociale. In due parole: la poca padronanza dell'italiano è l'ennesima conseguenza del "facilismo" imperante negli ultimi 50 anni.

 
03/04/2015 - Lingua & Logica (Moeller Martin)

Forse la scuola non insegna l'italiano nel modo dovuto, ma senz'altro la TV di stato, nonostante sia pagata con i nostri soldi, è scivolata dalla cura della linguaggio e della dizione verso forme dialettali sgrammaticate. La conseguenza è una lingua parlata sempre più imbastardita, con errori ormai sistemici. Tuttavia, anche elevando il livello linguistico non aumenterebbe la capacità di comprensione logica perchè questa si deriva dalla matematica e non dalla lingua. La ns. capacità di capire fatti e nessi non è legata alla lingua, tant'è che possiamo tranquillamente apprendere e confrontarci in una lingua straniera. P.S.. La scarsa capacità di comprensione deriva dal aver trattato per generazioni la matematica come una materia semi-facoltativa, giustificando i lavativi come 'non portati'. Studiare la matematica richiede fatica, tanti esercizi e capacità di concentrazione. Ma il vero motivo per il quale la sfuggono è che mette a nudo le ns. reali capacità intellettuali, in modo inequivoco con un solo risultato esatto e nessuna possibilità di divagare. Non esistono 'persone non portate', esistono gli asini!

 
03/04/2015 - commento (francesco taddei)

eppure la lingua che ci unisce è trattata sdegnosamente. segno di una identità debole e poco amata.

 
01/04/2015 - Domande (Giuseppe Crippa)

Ne è sicuro, signor Taddei? Come mai allora tutti i dialetti hanno incorporato termini utilizzati da eserciti di Stati occupanti?

 
01/04/2015 - Cervello e gusto del bello (Giovanni Boccardi)

Di questo interessante articolo non mi piace il titolo: perché le "questioni di cervello" ed il "gusto del bello" dovrebbero essere disgiunti e quasi opposti? Mi pare che l'articolo documenti l'opposto: l'impoverimento della lingua è insieme una perdita di senso del bello e di logica. Forse non si dovrebbe confondere il "cervello" con il suo cattivo uso che consiste nel voler racchiudere la realtà in ragionamenti parziali.

 
01/04/2015 - commento (francesco taddei)

la lingua è lo specchio dell'identità nazionale, che gli italiani non hanno. non un solo dialetto è stato mai corroso da termini stranieri.