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SCUOLA/ Conoscere la nostra lingua, questione di cervello o di gusto del bello?

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L'Accademia della Crusca, nella persona di Francesco Sabatini che è stato per anni suo presidente, ha lanciato l'allarme: "I giovani non sono padroni della lingua italiana". Qualcosa di simile era già accaduto nel 2009 con il documento congiunto Asli, Accademie dei Lincei e della Crusca Lingua italiana, scuola, sviluppo, ma pare con scarso seguito, se ora siamo daccapo. Stupisce invece il fatto — ha detto sempre Sabatini — che "i nostri politici dell'istruzione, di qualsiasi parte politica, non vedono questo macroscopico problema" e le sue ancor più macroscopiche conseguenze. 

Giacché coloro che svolgono compiti impegnativi, cioè quelli che un tempo si sarebbero chiamate "classi dirigenti" (ma la dicitura è sparita da un pezzo), dovrebbero esprimersi in maniera non solo chiara e consequenziale, ma anche con le dovute sfumature. Invece gli errori di logica e quelli di linguaggio vanno di pari passo per molti candidati al concorso per l'accesso alla magistratura (per fare un esempio): persone che dovrebbero avere un giorno la sottigliezza di separare il loglio dal grano, trovare l'ago nel pagliaio, ed evitare di fare di ogni erba un fascio. 

Lo so perché per un recente lavoro che ho pubblicato per Carocci ho potuto consultare un archivio di errori presenti negli scritti di perfezionandi in professioni forensi. Del resto, la cosa parte da lontano: i miei alunni di 15 anni all'80 per cento non sanno tenere in mano la penna, visto che "la cura dello scrivere manuale era stata perfino dimenticata nelle Indicazioni nazionali emanate dal Miur nel 2012 — ricorda Sabatini — e vi è stata inserita in extremis" (siamo in presenza di una disgrafia epidemica); poi non sanno dove mettere il punto fermo (inanellano reggenti senza una struttura riconoscibile), e non utilizzano nel contesto parole per me del tutto ordinarie come "decisivo" (appiattiscono con "importante") o "devastante" (al massimo hanno "problematico").

Si sa che il linguaggio è la porta del pensiero, e tanto più il pensiero è articolato, tanto più è necessario che lo strumento si conformi in flessibilità, capacità di rendere lessicalmente con precisione ciò di cui si parla, di rendere morfologicamente e sintatticamente i rapporti temporali, le connessioni logiche, le valutazioni e i distinguo. Un diffuso errore di percezione consiste nel pensare che siccome a 10-12 anni già si parla italiano, ciò sia sufficiente per parlare di qualunque argomento. Non è così. Il linguaggio si evolve e continua a farlo man mano che si incontrano situazioni, oggetti culturali, relazioni fra fatti e problemi nuovi. La cultura è l'artefatto proprio degli uomini: la lettura della realtà è fondamentale per poterla vivere costruttivamente. La realtà è complessa (non complicata): non è fatta di 2 + 2 = 4, né di bollettini postali da compilare. 



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COMMENTI
04/04/2015 - Formazione degl'insegnanti (Stefano Di Brazzano)

Non credo che il problema stia nel fatto che gl'insegnanti non ricevano una formazione specifica nel campo della linguistica. Il problema è di ordine più generale e riguarda appunto la formazione generale. Fino a trenta-quaranta anni fa si aveva la certezza che un insegnante di lettere delle scuole medie inferiori aveva alle spalle uno specifico curriculum, che consisteva in scuola elementare con esame di II e di V, scuola media con latino ed esame di ammissione, ginnasio superiore con esame finale, liceo classico con maturità su tutte le materie dei tre anni, facoltà di lettere con indirizzo filologia classica o moderna. Solo con questo percorso era possibile insegnare. Poi c'è stata la sciagurata liberalizzazione degli accessi all'università, per cui oggi possiamo avere insegnanti di lettere delle scuole medie il cui percorso è invece: scuola elementare (ora pure senza esame finale), scuola media senza latino, istituto tecnico o professionale, facoltà di lettere con laurea in storia del cinema. Se a questo si aggiunge la dequalificazione economica e sociale subita dalla professione insegnante, è evidente che saranno appunto soprattutto questi soggetti dalla formazione "debole" a tentare la strada dell'insegnamento, mentre quelli con formazione più solida (liceale) cercheranno altre strade, più gratificanti sul piano economico e sociale. In due parole: la poca padronanza dell'italiano è l'ennesima conseguenza del "facilismo" imperante negli ultimi 50 anni.

 
03/04/2015 - Lingua & Logica (Moeller Martin)

Forse la scuola non insegna l'italiano nel modo dovuto, ma senz'altro la TV di stato, nonostante sia pagata con i nostri soldi, è scivolata dalla cura della linguaggio e della dizione verso forme dialettali sgrammaticate. La conseguenza è una lingua parlata sempre più imbastardita, con errori ormai sistemici. Tuttavia, anche elevando il livello linguistico non aumenterebbe la capacità di comprensione logica perchè questa si deriva dalla matematica e non dalla lingua. La ns. capacità di capire fatti e nessi non è legata alla lingua, tant'è che possiamo tranquillamente apprendere e confrontarci in una lingua straniera. P.S.. La scarsa capacità di comprensione deriva dal aver trattato per generazioni la matematica come una materia semi-facoltativa, giustificando i lavativi come 'non portati'. Studiare la matematica richiede fatica, tanti esercizi e capacità di concentrazione. Ma il vero motivo per il quale la sfuggono è che mette a nudo le ns. reali capacità intellettuali, in modo inequivoco con un solo risultato esatto e nessuna possibilità di divagare. Non esistono 'persone non portate', esistono gli asini!

 
03/04/2015 - commento (francesco taddei)

eppure la lingua che ci unisce è trattata sdegnosamente. segno di una identità debole e poco amata.

 
01/04/2015 - Domande (Giuseppe Crippa)

Ne è sicuro, signor Taddei? Come mai allora tutti i dialetti hanno incorporato termini utilizzati da eserciti di Stati occupanti?

 
01/04/2015 - Cervello e gusto del bello (Giovanni Boccardi)

Di questo interessante articolo non mi piace il titolo: perché le "questioni di cervello" ed il "gusto del bello" dovrebbero essere disgiunti e quasi opposti? Mi pare che l'articolo documenti l'opposto: l'impoverimento della lingua è insieme una perdita di senso del bello e di logica. Forse non si dovrebbe confondere il "cervello" con il suo cattivo uso che consiste nel voler racchiudere la realtà in ragionamenti parziali.

 
01/04/2015 - commento (francesco taddei)

la lingua è lo specchio dell'identità nazionale, che gli italiani non hanno. non un solo dialetto è stato mai corroso da termini stranieri.