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SCUOLA/ "El Dante", rispondere (700 anni prima) alle nostre domande

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Il contrario di questo incontro fra un poeta e un lettore, di questa possibilità di parlare non solo di un poeta ma soprattutto con un poeta, è quella sordità ottusa che tanto spesso incombe nelle aule scolastiche: la distanza fra quanto scrive Dante e il nostro quotidiano tessuto esistenziale, fra ciò di cui si parla la mattina a scuola e ciò di cui si parla la sera fuori, determina quel disinteresse strisciante che confina tutt'al più il nostro maggior poeta tra i sommi artisti da celebrare (o tra i poeti che i ragazzi adesso si trovano a dover studiare, e di cui i genitori che anni fa frequentarono il liceo parlano al passato come di quello che un tempo anch'essi dovettero studiare), ma lo ributta fuori dal suo specifico raggio d'azione: la vita, quella normale, solita, quella infernale e attraversata da un raggio divino, quella extrascolastica ed extraletteraria. 

Sentire Nembrini che racconta Dante vuol dire lasciarsi intercettare nel punto infuocato — così necessario e al tempo stesso dimenticato — in cui la poesia dantesca si accende. Nembrini comunica straordinariamente quell'humus indispensabile per accostarsi al cuore di Dante e al cuore di un'epoca, quella medievale, che nei versi della Commedia si riverbera. Lo fa con un linguaggio semplice (è un «Dante per le massaie», si vanta da subito, e la scelta di uno stile così poco accademico non rivela nessun torto, se il poeta stesso ammetteva a Cangrande di aver usato la «locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant»). Ascoltandolo parlare, avverti la strana, anacronistica sensazione di rivivere la mentalità medievale, e al tempo stesso ne senti il singolare aggiornamento della sensibilità moderna, leopardizzata, come se quel taglio — in cui risuona evidente la genialità degli echi di don Giussani, che vibrano nell'interpretazione di Nembrini come la fioritura che non si riesce a trattenere di una lunga, innamorata figliolanza — permettesse di entrare nelle ferite sottese a una vicenda che altrimenti apparirebbe irrimediabilmente lontana: non appena nella lingua, quanto nella radicalità con cui affronta i problemi dell'esistenza, nella facilità di leggere ogni istante come gravido di significato, ogni dettaglio come un segno del destino, come una provocazione lanciata da Dio per entrare instancabilmente in rapporto con l'uomo.

È questo il livello minimo per introdursi a Dante, una modalità di lettura che non si pone affatto in alternativa a tutte le operazioni critiche che si propongano ulteriori zoom sugli infiniti e mai definitivamente risolvibili dettagli del poema, sulle letture che giustamente tendano a diventare sempre più accanitamente puntuali, che vogliano in qualche modo far parlare sempre di più Dante. Nella prima lezione Nembrini lancia appunto questa sfida, invitando ciascuno a entrare nel testo, perché potrà sorprendersi di cose che nessuno finora ha mai scoperto. 



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