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UNIVERSITA'/ Il lato "oscuro" di ranking e classifiche

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Se si considera infatti che ci siano nel mondo circa 18mila istituti di formazione universitaria, per un totale di circa 196 milioni di iscritti (di cui 20 milioni solo in Europa), possiamo calcolare che le prime 100 università del mondo sono lo 0,5% del totale e che servono una popolazione pari allo 0,4% del totale degli iscritti. Forse allora focalizzare l'attenzione sui ranking ci porta a non comprendere correttamente cosa vogliono gli studenti nel loro insieme. Cosa scelgono gli studenti nel 99,5% dei casi? L'élite e i modelli ad essa collegati sono la meta ideale, tanto per gli studenti quanto per le istituzioni universitarie in corsa nella valutazione globale?

Da qui un avvertimento: fatalmente la spinta a guadagnare posizioni nei ranking può veicolare un'immagine cui conformarsi, non solo da parte di singole istituzioni universitarie, ma anche da interi paesi. Cosa fare? Adeguarsi? E come? Buttare a mare tradizioni? I ranking incentivano certi comportamenti e quello che si misura è critico: da un lato perché non possiamo controllare come altri useranno i ranking, dall'altro perché ogni ranking ha dei limiti intrinseci. Si capisce allora — dice il rapporto — che non si possono usare ranking in modo esclusivo, perché ognuno prende certi aspetti a criterio, né si possono per questi motivi usare per destinare fondi, magari continuando a finanziare le élites, incentivando immagini e comportamenti e ignorando i bisogni di settori più ampi del mondo dell'educazione e della società intera.

D'altra parte è urgente assicurarsi che i ranking siano allineati con valori nazionali e obiettivi e abbiano scopi chiari, riconoscano le diversità delle istituzioni universitarie, ognuna con missioni e scopi propri. Infine è necessario assicurarsi che gli indicatori siano disegnati e scelti in modo adeguato e misurino preferibilmente, là dove possibile, gli outcomes derivanti dalle scelte più che gli input (cioè la qualità dei servizi). Il tutto avendo bene in mente che i ranking sono strumenti limitati, che hanno conseguenze ancora non comprese. 

Proprio partendo dagli outcomes come indicatori prende le mosse uno studio (How the labour market evaluates Italian Universities) finanziato dalla Banca d'Italia relativo a un metodo di valutazione dell'efficacia dei percorsi universitari. Il lavoro si situa in un orizzonte più limitato (solo nazionale) e non ha il problema di creare un ranking, ma di approfondire un metodo per la valutazione. Gli autori, Vincenzo Mariani e Emanuele Ciani, ricercatori in economia che hanno affrontato più volte temi legati al mondo del lavoro e ai sistemi di alta formazione, hanno affrontato la realizzazione di un metodo basato su un modello econometrico che prenda in considerazione un importante outcome della formazione universitaria: l'occupabilità dei laureati e i loro salari, discutendo varie alternative per valutare il contributo dei singoli atenei ai risultati occupazionali dei loro laureati e distinguendolo da altri fattori di contesto (come l'eterogeneità nei mercati locali del lavoro). 



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