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UNIVERSITA'/ Il lato "oscuro" di ranking e classifiche

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Cosa significa valutare la qualità di un'istituzione universitaria? Quali criteri e indicatori scegliere per misurarne l'efficacia? Che significato attribuire ai numerosi ranking esistenti nel mondo? E come giudicarne la validità? L'argomento è sempre più interessante e non manca ormai da qualche anno di suscitare dibattiti e polemiche in tutto il mondo, segno che ormai la formazione universitaria è diventata un tema (e quindi anche un business) globale, che interessa settori anche più ampi della formazione in senso stretto: pensiamo per esempio alla mobilità degli studenti e all'housing universitario. 

Due recenti lavori diversissimi fra loro per impostazione, respiro e finalità consentono di approfondire la tematica della valutazione universitaria riecheggiando in modi differenti questioni simili. Il primo è uno studio di ampio respiro su un grosso set di ranking mondiali, di derivazione accademica o privata, su scala mondiale e locale e anche per settori di specializzazione svolto dalla professoressa Ellen Hazelkorn, Policy Advisor per l'Autorità dell'Alta Formazione in Irlanda, che ha realizzato un report globale su tutti i ranking già nel 2010 ed è tornata a farlo alla fine del 2014. 

I contenuti del suo lavoro aiutano a capire meglio quali sono i problemi connessi a questo campo di indagine. Senza entrare in tutti gli aspetti analizzati, alcuni punti di interesse emergono da tale importantissimo studio, unico nel suo genere. 

Innanzitutto i dati di contesto: la valutazione è richiesta e si rende necessaria per diversi motivi che sono essi stessi legati allo scenario mondiale in evoluzione. Le università e i diversi Paesi hanno interesse crescente alla valutazione, perché si è capito ormai che esiste un vero e proprio mercato globale dell'alta formazione e della ricerca, con diversi stakeholder e soggetti coinvolti in prima persona. Avere una buona posizione nei ranking può permettere di attrarre utenti o investimenti: per questo molte università si dotano di funzioni o destinano persone che curino il riassetto in vista di un miglioramento nei ranking.

In secondo luogo lo studio conduce a scoprire chi è interessato alla valutazione. Essenzialmente 4 categorie: futuri studenti, futuri studenti magistrali, futuri post-graduates, altri studenti (lifelong learning, professionals ecc.): i più interessati sono gli studenti di master non-europei (post-bachelors, post-triennali), segno che la mobilità (cioè la scelta di andare fuori, valutando le opportunità a livello globale) è tema cruciale per la parte specialistica del percorso accademico e per le economie emergenti. 

Ma cosa guardano gli interessati quando operano le scelte? Il dato interessante che emerge su questo aspetto è in qualche modo prevedibile, ma sembrerebbe contraddire le finalità stesse dei ranking: il driver più forte per gli studenti nella scelta di un contesto universitario o di un altro è la reputazione dell'istituto universitario in sé, ma soprattutto la reputazione che si acquisisce avendo studiato in un certo ateneo. Questo rappresenta un punto critico per i policy-maker (a tutti i livelli, anche quelli locali), che lo studio mette in luce. 



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