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UNIVERSITA'/ La sfida del califfato alle "agende" piene dei nostri studenti

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L'università è ancora uno spazio nel quale incontrarsi e confrontarsi in un cammino lungo e appassionato verso la verità? Purtroppo molto raramente. Persi in una specializzazione che disorienta e impegnati in percorsi sempre più parcellizzati, standardizzati e serrati, gli studenti sono i primi che si dimenticano a cosa "serva" e per cosa sia nata l'università. Pensano a impegni e scadenze, rincorrono compitini, esami e prove parziali, immersi in un ritmo che toglie loro spesso il tempo senza aprirli a ciò che più interessante nello studio accademico: il confronto libero, l'approfondimento e la conoscenza che portano a nuove domande e nuove scoperte.

Eppure, anche in questa perduta memoria di scopi, forme e luoghi che aiutano la ricerca del vero, qualcosa può sempre essere occasione per riavviare un percorso di recupero del motivo ultimo di ciò che rende appassionante e unico il cammino della conoscenza: è la realtà, che si ripresenta a volte nel suo brutale e maleducato avvenire.

Ci eravamo quasi abituati all'esistenza del terribile califfato, con tutta la scia di sangue e orrori che ne accompagna l'esistenza, quando una fredda mattina di gennaio, anche noi Europei distratti "in tutt'altre faccende affaccendati", ci siamo trovati qui, proprio vicino all'uscio di casa, alcuni feroci rappresentanti dello stato islamico, intenti a massacrare giornalisti. E poi la violenza è cresciuta: le vittime in Danimarca, i martiri egiziani, le ragazze rapite in Nigeria, gli studenti in Kenya massacrati perché cristiani, la situazione in Siria che non trova sbocchi praticabili, la disperata fuga in mare di migliaia di migranti che si affidano ad aguzzini senza scrupoli, tutti dentro uno scenario di guerra dichiarata a tutto e tutti perché il mondo sia sottomesso a una verità violentemente imposta.

La sfida che l'Isis porta al mondo evidenzia un paradosso: ciò che per l'Europa cristiana era all'origine dello studio accademico, cioè la ricerca e l'approfondimento dell'unica Verità, nel califfato diventa spunto per sottomettere il mondo intero, presumendo di poter usare la verità come una clava contro tutto e tutti. Oggi, perso nel relativismo praticato e teoricamente affermato, l'uomo occidentale non si interroga nemmeno più sulla verità. E così non sa più chi è e quale sia la sua consistenza ultima. 

A uomini pronti a morire per la loro verità cosa si può contrapporre? Forse semplicemente una tecnica o solo una nuova linea politica? Non bisognerebbe forse tornare alla passione per capire cosa sia la verità e come la sua affermazione e ricerca sia fattore di sviluppo umano? Cosa ci impedisce di pensare che quando la verità è cercata, proposta e perseguita insieme, ci si concepisca più vicini, più compagni nella condivisione di un cammino comune? E la proclamazione di una fede come vera è per forza ostacolo a questo incontro?   



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