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SCUOLA/ "Che canto sei"? Così una terzina di Dante può cambiare la vita

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Una copia della "Commedia" del 1555 dedicata da Orazio Morandi a Galileo Galilei (foto dal web)  Una copia della "Commedia" del 1555 dedicata da Orazio Morandi a Galileo Galilei (foto dal web)

«Che canto sei?» «Purgatorio XXX» «Ok, inizia pure» «Quando il settentrion del primo cielo…». Un normale pomeriggio nei chiostri dell'Università Cattolica di Milano. Venivano da varie città d'Italia a farsi "verificare" il canto, imparato rigorosamente a memoria. «Bene, sei ufficialmente parte dei Centocanti: d'ora in poi sarai Purgatorio XXX». 

L'idea venne, come tutte le idee migliori, intorno ad un tavolo con del buon vino e un gruppo di amici. E pensare che io non ci volevo neanche andare. "Mio padre stasera ha qualcosa da dirci di molto importante, vieni!" Così mi aveva detto Stefano in università. Avevo da studiare, un esame grosso la mattina dopo. Solo che quella sala era così poco distante dal mio appartamento e Stefano era un amico di quelli veri. E così sono andato. Il padre in questione era un certo Franco Nembrini, che io conoscevo soprattutto attraverso i racconti del figlio, ma che una sera avevo sentito parlare del Purgatorio raccontando di sé ed ero rimasto molto colpito. 

Quella sera, quando uscii dal suo ufficio in viale Lunigiana a Milano, ero un po' sbronzo, ma soprattutto ero il presidente della neonata associazione Centocanti, che voleva promuovere la conoscenza della Commedia tra i più giovani. Pezzo forte era il Progetto Centocanti: trovare cento "folli" sotto i 35 anni che, come noi, imparassero a memoria un canto della Commedia affidato dai soci fondatori. Il problema è che di folli ne abbiamo trovati più di duecento, molti incontrati in università, ma altrettanti nei modi più disparati, da varie parti d'Italia e non solo. 

Emblematica la storia di Matt, un ragazzo di origine cinese, ma di nazionalità americana che viveva a Torino. Aveva letto di noi su un articolo di giornale e si era iscritto al Progetto dal sito, estasiato dal fatto che parlavamo di Dante come di una persona viva e questo lo ha risvegliato e lo ha fatto diventare uno dei più attivi — nonostante non studiasse lettere —, oltre che un grande amico. Non era l'unico che si avvicinava a Dante pur non avendo una formazione letteraria; nella Commedia vivente c'erano studenti di ingegneria, architettura, economia e, man mano che alcuni di noi si laureavano ed entravano nel mondo della scuola, ragazzi delle scuole superiori. 

Quello che mi colpì fin da subito era che Dante stava diventando per me e i miei amici e per tutti quelli che incontravamo, un amico, un compagno di strada. Ricordo che proprio in quegli anni ad uno di noi morì il babbo e conservo ancora il messaggio che mi scrisse: "Solo adesso comincio a capire la selva oscura di Dante". Quelle parole che ci trovavamo a riproporre in giro per l'Italia in scuole, centri culturali, università, piazze, stavano diventando sempre più carne e sangue. 



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