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SCUOLA/ 25 aprile, meglio Pavese (e Cavaglion) della lezioncina dell'Anpi

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Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)

Oggi ricorre il 70° anniversario della Liberazione e di sicuro saremo investiti da un profluvio di immagini, discorsi e polemiche. Sull'argomento esiste da un decennio un piccolo libro, di poco più di un centinaio di pagine, dal titolo La Resistenza spiegata a mia figlia che già al suo esordio avrebbe dovuto trovare il favore di quanti amano i fatti e non i teoremi. Come diceva Einstein, ironizzando: "se i fatti e la teoria non concordano, allora cambia i fatti", ecco che un docente di scuola superiore prova — e con efficacia — a rileggere i fatti e a gettare alle ortiche la lettura di parte durata troppo. A riprova dell'onestà dell'autore sta il fatto che Einaudi — che aveva commissionato il lavoro per il 60° della Liberazione (2005) — non gliel'ha più voluto pubblicare. All'opposto, vari intellettuali rigorosi nei loro giudizi e di orientamento diverso hanno riconosciuto la serietà dell'autore, Alberto Cavaglion.

"La Resistenza non è stata 'una rivoluzione…', "a far cadere il fascismo è una manovra dei suoi stessi gerarchi, senza la quale in Italia la Resistenza non sarebbe nata": basterebbero queste semplici affermazioni di Cavaglion per convincersi che è forse la volta buona, questa del 70° anniversario del 25 aprile, per allargare la ragione dei nostri ragazzi nello studio di anni cruciali della storia più  recente del nostro paese. In tutti questi anni comuni, istituzioni, scuole hanno celebrato la Festa della Liberazione, riducendola da gioioso avvento della democrazia e della libertà, di una ritrovata unità di popolo, a fenomeno della Resistenza antifascista. "In teoria, ma anche in pratica, avrebbe potuto non esservi alcuna forma di Resistenza, l'Italia avrebbe comunque riconquistato la libertà…" si legge nell'interessante studio di Cavaglion.

Lungi dal sottostimare il movimento storico politico resistenziale degli italiani che hanno concorso a dare il loro contributo — talvolta con la vita — per un destino di libertà dell'Italia, tuttavia il 25 aprile, quale è stato in verità cioè mobilitazione di popolo irriducibile alla resistenza dei politici o dei partigiani, è ancora da scoprire. Al movimento della liberazione della durata temporale di oltre due anni ('43 -'45) hanno partecipato i militari innanzitutto, i carabinieri (uno su tutti, Salvo D'Acquisto), il movimento operaio e cattolico, semplici uomini e donne di ogni età e condizione sociale che, senza fare la "scelta armata" su per le montagne, si sono opposti al regime stando nelle città o nelle campagne, nelle fabbriche o  nelle scuole: sì, anche nelle scuole, come dimostra la storia di Concetto Marchesi, che lo studioso torinese non dimentica di raccontare. 

Fin dai primi mesi del 1943 e senza la guida di politici e men che meno dei partigiani, che si organizzeranno mesi dopo, gli italiani si sono opposti con scioperi, volantini e reti di informazioni sia a Mussolini prima del 25 luglio, sia ai tedeschi e ai repubblichini dopo l'8 settembre, giorno dell'armistizio. Pertanto la paternità della lotta per la liberazione spetta a tutto il popolo e non solo ai gruppi armati e ideologicamente schierati. E questo va detto non per vis polemica né per pruriti revisionistici, ma perché è un dato elementare che sorprendentemente è spesso dato per scontato: il tutto (il popolo) è di più che la somma delle parti (i partigiani). 



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COMMENTI
27/04/2015 - Al delirio ha risposto Mattarella (Franco Labella)

Ho letto tre volte l'articolo, mi dispiace scriverlo delirante, del collega Emmolo in un crescendo di meraviglia e sconcerto. Ci sono affermazioni (il fascismo che non è stata una dittatura?) che non vale nemmeno la pena di commentare. Non si può immaginare di scrivere un articolo su un tema come quello della Resistenza e della Liberazione mettendo insieme lamentele assurde (che in un articolo Cazzullo debba parlare del ruolo delle Forze Armate nella Resistenza solo perché Emmolo così avrebbe fatto), esperienze limitate e accuse generiche ed indimostrate come quella relativa a libri di testo i cui autori scriverebbero per piaggeria verso gli editori!!!! Quanto alla "lezioncina" dell'ANPI: ma Emmolo ha mai partecipato ad una manifestazione con membri dell'ANPI? O giudica anche la testimonianza di chi c'era "retorica"? A me è capitato di sentire due giorni fa, Benevento, la testimonianza di chi c'era e non l'ho minimamente giudicata una "lezioncina". Insomma meglio leggere ai miei studenti le parole di Mattarella che quest'articolo.

 
25/04/2015 - resistere "dentro" (Giuliana Zanello)

Non sono un'esperta e, da semplice insegnante di Italiano, non ho dubbi sull'eccellenza di Pavese e Fenoglio, che propongo, purtroppo non sempre nella misura che vorrei. Dunque non ho particolari patenti per discutere la fondatezza delle affermazioni di Emmolo; ho solo un ricordo familiare: uno zio, soldato semplice, cui dopo l'8 settembre e dopo tre anni di guerra, fu detto dai suoi superiori di tornare a casa; cioè di traversare a piedi mezza Italia per tornare lassù, nel suo estremo nord est, dove i tedeschi sarebbero rimasti fino alla fine, uccidendo ancora ben dopo il 25 aprile '45. Quel semplice popolano, dopo la sua oscura ma terribile odissea, tornò a casa. Per qualche mese riuscì a nascondersi in paese, ma poi... i rastrellamenti erano quotidiani. Dunque, o farsi repubblichini o andare "a lavorare" in Germania. Di politica non sapeva nulla, ma repubblichino no: quella non era l'Italia; quanto ad andare a "lavorare" in Germania, questa volta non era come per tanti, quasi tutti, del suo paese privo di lavoro, non era il solito andare in Germania a buscarsi onestamente il pane: questa volta andarci voleva dire far durare di più la guerra. Fu così che scappò in montagna, per non farsi fascista, per non aiutare la Germania nazista. Potendo, sarebbe rimasto a casa. Ma lì, resistere "dentro" proprio non si poteva!